Il dialetto lomellino resisterà negli anni

Tag

, , , , , , , , ,

Io e Maria Forni

Maria Forni con Umberto De Agostino alla libreria “Le mille e una pagina” di Mortara

Maria Forni sviluppa il suo pensiero sullo stato di salute del dialetto lomellino in vista dell’incontro “In Lomellina… si dice ancora così? Riflessioni sulla lingua dialettale al giorno d’oggi”, in programma oggi (mercoledì 18 aprile), alle 16.30, alla biblioteca “Francesco Pezza” (Civico17) di Mortara.
«Anche se le statistiche ci mostrano il progressivo decadere del dialetto, affermo con Gian Luigi Beccaria, insigne linguista piemontese appassionato del linguaggio vernacolare, che i dialetti non muoiono, anche se è finito quel mondo che li intrideva, la cultura contadina che li sosteneva. Certamente il dialetto lomellino è in fase conservativa, meno fertile e creativo di un tempo, quando si poteva considerare una lingua, parlata da tutti gli abitanti. Continua a leggere

Annunci

«La mia famiglia: Asburgo Lorena e Savoia Aosta»

Tag

, , , , , , , ,

martino

Martino d’Asburgo Lorena Este

L’arciduca Martino d’Asburgo Lorena Este racconta la storia di Sartirana Lomellina, d’Italia e d’Europa seduto davanti ai quadri dei suoi nonni: Carlo I d’Asburgo, ultimo imperatore d’Austria-Ungheria, esiliato nel 1919 dopo la sconfitta nella Prima guerra mondiale e beatificato nel 2004 da papa Giovanni Paolo II, e Amedeo di Savoia Aosta, viceré d’Etiopia dal 1937 al 1941 e imprenditore agricolo a Sartirana nei primi anni Trenta. Lo stesso Martino, oggi 59enne, ha scelto di coltivare la terra proprio come il nonno e nel 1983, dopo la laurea in Agraria all’Università di Monaco di Baviera, si è insediato a Sartirana, nell’azienda agricola alle spalle del castello di proprietà dei Savoia Aosta fino agli anni Sessanta. Dal matrimonio con la principessa Katharina von Isenburg sono nati Bartolomeo, Emanuel, Elena e Luigi Amedeo, quest’ultimo omonimo del duca degli Abruzzi, celebre alpinista ed esploratore morto nel 1933 in Somalia. Secoli di Storia scorrono nelle parole dell’arciduca: dall’imperatore Carlo V d’Asburgo, sul cui impero non tramontava mai il sole, ad Adolf Hitler, «che odiava gli Asburgo e che volle a tutti i costi incontrare mio zio Ottone senza mai riuscirci». Continua a leggere

Offella, dolce vanto di Lomellina

Tag

, , , , ,

offelleDella ricetta, da quasi due secoli, si conoscono solo gli ingredienti (farina di frumento, zucchero, burro, uova, lievito e olio di oliva), ma non quantità e procedure «L’offella – chiarisce Cecilia Rosselli, amministratore unico del biscottificio “Le Specialità” di Parona – è un biscotto di frolla molto semplice nella preparazione, ma posso solo dire che gli ingredienti vanno impastati con cura: da parte nostra continuiamo a produrre questo biscotto, ormai conosciuto in tutto il mondo, nel rispetto della tradizione essendo “produttori concessionari” autorizzati dalla Pro loco, che ne tutela sia la ricetta sia il confezionamento». Continua a leggere

Ora anche la “lingua di genere”?

Tag

,

Gentili lettrici e lettori, questo articolo vuole portare alla vostra conoscenza il problema numero uno della scuola italiana: quello del linguaggio di genere nel linguaggio amministrativo.

Come dite? Decidere se si deve dire il preside o la preside non è la principale emergenza della scuola italiana? Lo sarebbero, invece, il precariato, la fatiscenza degli istituti, l’affollamento delle classi, le studentesse e gli studenti violenti, le/gli insegnanti impreparati? No, se la pensate così siete veramente delle pivelle e dei pivelli.

La ministra in scadenza Valeria Fedeli ne ha fatto una cavalla e un cavallo di battaglia: «Rafforzare l’uguaglianza di genere e favorire il rispetto delle differenze nell’ambito del sistema istruzione». (Parole sue). Per questo il 7 marzo, alla viglia della festa della donna e con larghissimo ritardo rispetto alle regole del bon ton istituzionale per cui i governi morti-che-camminano dovrebbero limitarsi all’ordinaria amministrazione, ha rilasciato le «linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo del Miur». Un vademecum di 30 pagine che invita i/le dirigenti scolastici/che a revisionare le proprie formule linguistiche per sostenere questa fatidica battaglia di civiltà. Le linee guida hanno tutto per trasformarsi nel testamento politico della signora ministra Fedeli, in assenza di più congrui lasciti.

Le linee guida, come si legge nella prefazione firmata dalla stessa ministra, è frutto di un gruppo di lavoro istituito con due decreti dalla stessa ministra (il numero 508 del 19 luglio 2017 e il 664 del 13 settembre 2017), composto da un pugno di dirigenti del Miur fedelissimi della Fedelissima e coordinato dalla vera anima di questa faccenda: Cecilia Robustelli, docente di Linguistica italiana all’università di Modena e Reggio Emilia e massima esperta italiana dei rapporti tra lingua e identità di genere. Secondo la signora Robustelli le operazioni sui testi «richiedono di essere considerate alla luce della teoria per poterne cogliere appieno le implicazioni sul piano testuale e comunicativo e operare di conseguenza scelte consapevoli». E se «nel linguaggio quotidiano (bontà sua, ndr) esse possono essere lasciate alla libertà individuale, per quanto riguarda il linguaggio amministrativo sarebbe preferibile adottare un’impostazione condivisa le cui linee applicative del resto sono già state tracciate anche da atti ufficiali».

Quindi da adesso in poi le dirigenti scolastiche e i dirigenti scolastici dovranno attenersi a regole di stile nuove. Quali? Si dovrà nei documenti far caso alla concordanza del genere grammaticale (scrivendo «la ministra» e non «la ministro»); usare all’occorrenza per ogni nome di professione e di ruolo la sua versione femminile (architetta, prefetta, assessora, ambasciatrice. Ma anche revisora, evasora, oppressora); evitare il più possibile l’uso del solo genere maschile in riferimento a una o più persone, ricorrendo alla strategia della visibilità («la professoressa Rossi e il professo Bianchi», «le alunne e gli alunni») o a quella dell’oscuramento attraverso perifrasi, riformulazioni neutre o indefinite, utilizzo della forma verbale passiva o impersonale.

Insomma, una semplice frase come «gli alunni che arrivano in ritardo» potrà essere riscritta in questi modi: «le alunne e gli alunni che arrivano in ritardo», «le persone che arrivano in ritardo», «il corpo discente che arriva in ritardo», «l’utenza che arriva in ritardo», «chiunque arriva in ritardo», «si deve prestar cura alla puntualità», «l’orario di entrata deve essere rispettato».

Tutto questo necessita di una revisione di tutti i testi emanati dalle dirigenti e dai dirigenti. Non solo, in molti casi bisognerà sostituire tutti i fogli intestati delle scuole dirette da una preside, per stampare in calce «la» dirigente scolastica» invece che «il».

Quanto sarà costato il gruppo di lavoro? Quanto costerà la riscrittura dei documenti? Cosa succedera a chi non dovesse rispettare il manualetto ostinandosi a scrivere il preside Maria Rossi? Ai posteri e alle postere l’ardua sentenza.

http://www.ilgiornale.it/news/politica/lultimo-dono-ai-presidi-ministra-fedeli-usate-lingua-genere-1503343.html

Un supercervellone fra le risaie della Lomellina

Tag

, , ,

Questa notte le macchine sono inquiete. Nelle viscere del Green Data Center Eni – uno dei più moderni centri di calcolo al mondo situato a Ferrera Erbognone (Pavia) – è stato avviato da poco un computer fantascientifico.

ICT

Si chiama “High Power Computer – layer 4”, per gli amici: HPC4. Si tratta di una batteria di unità di calcolo parallelo in grado di sviluppare una potenza di elaborazione pari a 18,6 petaFlops di picco: 18,6 milioni di miliardi di operazioni matematiche elementari in virgola mobile al secondo.
Per darvi un’idea, se ognuno dei 7 miliardi e mezzo di abitanti della Terra avesse a sua disposizione un computer personale in grado di fare due milioni e mezzo di operazioni matematiche al secondo – ogni secondo, ogni giorno, ogni notte, domeniche e festivi inclusi – tutti i terrestri insieme sarebbero in grado di generare una potenza di calcolo paragonabile a quella di HPC4.
Se confrontiamo questo computer da capogiro con i supercomputer più potenti al mondo (li trovate elencati qui, la lista viene aggiornata ogni sei mesi) entrerebbe tranquillamente nella top ten: è fra i dieci più veloci al mondo ed è il primo fra i sistemi non governativi. Farebbe paura a qualsiasi colosso informatico della Silicon Valley ed è ovviamente il computer più potente al mondo realizzato da una impresa dell’energia.
Ma che se ne fa Eni di un mostro simile? Non lo usa certo per estrarre bitcoin, ma per vedere sotto terra e per produrre energia. Semplice, no?
Su HPC4, infatti, girano sofisticati programmi di calcolo dedicati all’elaborazione dei dati provenienti dal sottosuolo. I dati geofisici e delle prospezioni sismiche che Eni produce in tutto il mondo arrivano qui a Ferrera Erbognone – nel centro geometrico delle risaie della Lomellina – entrano nel Green Data Center e vengono elaborati con modelli matematici terribilmente complicati che permettono di produrre una conoscenza accurata del sottosuolo e di vedere i giacimenti di petrolio e gas nascosti 10-15 km sotto la superficie e distribuiti in migliaia di km quadrati.

Grazie a questo segreto Eni è all’avanguardia dell’industria petrolifera mondiale e riesce a trovare idrocarburi proprio dove tutte le altre compagnie neanche si immaginano di trovarlo. Come a Zohr e in Mozambico.
Pensate: Zohr è grande come i comuni di Roma, Milano e Bologna messi insieme, o come metà della Valle D’Aosta. È alto 7 km, una via di mezzo tra il Monte Bianco e l’Everest, o più del Monviso e dell’Etna messi uno sopra l’altro.
Il suo volume è di 11.000 km cubi. La sua immagine sismica è composta da 717 milioni di pixel. Per visualizzarla servirebbero 87 televisori 4K. In un’ora HPC4 riesce a calcolare il 3% di questa immagine, mentre il suo predecessore arrivava solo allo 0.5%. HPC4 calcolerà l’intero risultato in un giorno e 6 ore. HPC2 avrebbe richiesto almeno 8 giorni.
Se avessimo applicato HPC4 al calcolo di una immagine sismica con un volume pari all’intero Monte Everest un’ora fa, il risultato sarebbe arrivato… adesso!
Ma Eni non si limita a produrre energia: si impegna a non sprecarla. Per questo il Green Data Center è stato costruito attorno ai computer e – grazie a sofisticate innovazioni tecnologiche ed architettoniche – riesce a consumare pochissima energia per il condizionamento dei sistemi di calcolo: il consumo elettrico dell’intero centro è poco più alto di quello richiesto dal funzionamento dei soli computer.
Ora HPC4 si affianca all’attuale HPC3. I due sistemi di calcolo combinati, al lavoro giorno e notte, sono in grado di produrre una potenza di picco di 22,4 petaFlops. Per questo – insieme ad HPC4 – accanto al Green Data Center è stato realizzato un campo di pannelli solari in grado di produrre 1 MW di potenza che verranno interamente utilizzati per compensare parzialmente l’aumento di energia richiesto dalle nuove macchine.
Ancora una volta il cane a sei zampe è pioniere nelle nuove tecnologie, percorre per primo strade mai battute prima.

https://www.eniday.com/it/technology_it/hpc4-ferrera-erbognone/

Lomellina, ultima frontiera. Questi sono i viaggi di HPC4. La sua missione è quella di esplorare nuove profondità nel sottosuolo alla ricerca di giacimenti sconosciuti per arrivare coraggiosamente là dove nessuno è mai giunto prima.

Teresio Olivelli, nuovo beato lomellino

Tag

, , , , , , , ,

olivAlle 10.44 di sabato 3 febbraio Teresio Olivelli è diventato un beato della Chiesa cattolica. Il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le cause dei santi, ha letto la Lettera apostolica scritta in latino e firmata da papa Francesco e, subito dopo, è stato alzato il drappo che copriva l’immagine del “ribelle per amore”. Nella stessa dichiarazione pontificia è stato indicato il giorno in cui, ogni anno, si potrà celebrare la sua memoria liturgica: 16 gennaio, giorno del suo battesimo. Il lungo applauso dei 3mila partecipanti alla cerimonia svoltasi nel Palasport di Vigevano ha concluso il cuore del rito di beatificazione, momento di grande emozione per la diocesi di Vigevano e per la Lomellina. Continua a leggere

L’inglese lingua di lavoro? Non è la scelta migliore

Tag

, , , ,

Nelle nostre università si tende ormai a considerare l’italiano quasi residuale, anche quando non esiste la minima necessità di evitare di utilizzarlo

È possibile che nell’università italiana, e tra italiani, la lingua di lavoro diventi l’inglese? Sì, è precisamente quello che sta già accadendo, sia pure nella disattenzione generale. Ad alcuni docenti (tra i quali chi scrive) è appena capitato di ricevere da un ateneo la richiesta di esaminare e valutare un progetto di ricerca. E fin qui sarebbe tutto normale. Il punto è che l’intera procedura — le mail del rettore che formulava la richiesta, il progetto da valutare, il giudizio espresso dal valutatore — doveva svolgersi unicamente in inglese.

Continua a leggere

Il Miur dà un calcio all’italiano

Tag

, , ,

marazzini

L’Accademia della Crusca ringrazia: il merito di aver difeso l’italiano, in quest’occasione, va riconosciuto integralmente e incondizionatamente al Sole 24 Ore, cioè a un giornale che per i suoi interessi economici e per il legame con il mondo industriale non sembrerebbe schierato per partito preso nella difesa dell’italiano. Invece le cose sono andate proprio così, e riteniamo che questa scelta sia di buon auspicio per favorire un ragionamento più equilibrato sui temi della politica linguistica che travagliano il nostro paese.

I fatti, prima di tutto. Sabato 30 dicembre, sulla prima pagina del Sole 24 Ore, Annalisa Andreoni ha pubblicamente denunciato la scelta improvvida del Ministero dell’Università, che ha chiuso il 2017 dando un bel calcio all’italiano: il 27 dicembre il Miur ha diffuso l’attesissimo bando per il nuovo Prin (si tratta del bando per il finanziamento dei progetti universitari di interesse nazionale), e ha imposto che la domanda debba essere compilata soltanto in lingua inglese.

La condanna di Annalisa Andreoni è assolutamente condivisibile e necessariamente molto severa. Così scrive la studiosa:

È grave che il Ministero dell’istruzione della Repubblica italiana tratti la lingua nazionale alla stregua di una lingua minore, rendendone facoltativo l’uso nella stesura di progetti che hanno nel loro nome l’aggettivo ‘nazionale’. […] La promozione e la ripresa del Paese passano anche da questo: dal rispetto che si ha della propria lingua. La scelta di rinunciare alla lingua nazionale, nella sua insensatezza, ha conseguenze negative sul piano culturale ed economico, poiché rischia di rendere vani gli sforzi di tutti coloro che operano per il rilancio del nostro Paese. Perché mai dovremmo affaticarci a promuovere l’italiano in giro per il mondo – e con la lingua viaggiano anche la creatività e la produzione italiana, non dimentichiamolo – se a considerarlo inutile sono coloro che per primi dovrebbero difenderlo? Spiace dirlo, ma è l’ennesima prova del provincialismo dell’attuale ceto politico,  drammaticamente inadeguato alle sfide che abbiamo di fronte, che scambia per internazionalizzazione la dismissione dell’identità nazionale. Ci permettiamo di dare un suggerimento al Ministero dell’istruzione: visto che l’italiano per loro è evidentemente una lingua inutile, la prossima volta scrivano il bando direttamente in inglese; forse, allora, riusciremo a prenderli sul serio.

Su questa materia, il MIUR si muove da anni con incertezza. Prima di questo bando, si ebbero il bando PRIN 2015 e il bando PRIN 2012. Come si vede, questi bandi sono intervallati da periodi di silenzio, perché i finanziamenti alla ricerca dell’università non vengono erogati tutti gli anni. La serie è dunque quella che ho detto: 2012, 2015, e ora 2017. Nel 2012, si richiese una domanda compilata in lingua italiana e in lingua inglese. In questo modo si affianca alla lingua nazionale la lingua con la quale il progetto può essere più facilmente sottoposto al giudizio di studiosi stranieri. Nel 2015 la scelta fu ancora differente: si lasciò la libertà di adottare l’inglese o l’italiano. Anche questa soluzione è interessante: affida la scelta alla progettualità di chi presenta la domanda, salvaguardando gli ambiti in cui un giudice competente deve per forza conoscere la lingua italiana, come accade per molte discipline umanistiche. Nel 2017 invece, come abbiamo visto, si è passati integralmente all’inglese.

Le incertezze nella materia della lingua dei bandi non sono monopolio del Miur. Esiste un incredibile precedente. La Regione Piemonte, nel 2008, ha diffuso un “Bando Scienze umane e sociali”, pubblicato sul supplemento ordinario n. 2 del Bollettino Ufficiale della Regione Piemonte n. 48 del 27 novembre 2008. In quell’occasione fu reso obbligatorio l’uso dell’inglese. Il bando, a differenza della domanda richiesta ai concorrenti, era in italiano (come del resto è ora in italiano il PRIN  2017). Nel caso della Regione Piemonte, la scelta era tanto più ridicola, se si considera che le ricerche presentate proponevano (come ovvio, trattandosi di un bando regionale), uno stretto riferimento alla cultura del Piemonte, per cui i revisori anonimi appositamente individuati avrebbero pur dovuto capire qualche cosa di italiano, e forse anche di dialetto, di provenzale, di franco-provenzale e di francese. La loro capacità di leggere domande redatte in italiano sarebbe stata semmai una garanzia di giudizio competente ed equilibrato. Questo è probabilmente un caso-limite, e si sperava che fosse acqua passata, ma la scelta del Miur per il Prin 2017 ce l’ha fatta tornare in mente, con tanto maggior disappunto, se pensiamo che nel febbraio del 2017 è stata resa pubblica la sentenza n. 42 della Corte Costituzionale relativa all’equilibrio tra inglese e italiano nell’università.

La sentenza non si riferisce ai bandi di ricerca, però i principi generali che la Suprema Corte ha definito in maniera inequivocabile fanno riferimento proprio all’assoluta necessità di preservare la lingua italiana all’interno degli istituti universitari. Ciò vale anche per le domande dei finanziamenti. Converrà anzi richiamare i principi a cui ha fatto riferimento la Corte Costituzionale.

Scrive la Corte che la lingua italiana, nella sua ufficialità, e quindi primazia, è vettore della cultura e della tradizione immanenti nella comunità nazionale, tutelate anche dall’art. 9 della Costituzione (quella Costituzione di cui nel gennaio 2018 festeggiamo i 70 anni). La progressiva integrazione sovranazionale degli ordinamenti e l’erosione dei confini nazionali determinati dalla globalizzazione possono insidiare tale funzione della lingua italiana, ma tali fenomeni non devono costringere quest’ultima in una posizione di marginalità: al contrario, il primato della lingua italiana non solo è costituzionalmente indefettibile, ma diventa ancor più decisivo per la perdurante trasmissione del patrimonio storico e dell’identità della Repubblica, oltre che garanzia di salvaguardia e di valorizzazione dell’italiano come bene culturale in sé. La Corte prosegue affermando che la “centralità costituzionalmente necessaria della lingua italiana si coglie particolarmente nella scuola e nelle università”.

Dopo una sentenza del genere, sembra persino incredibile che un ministero della Repubblica Italiana abbia potuto disinvoltamente decidere di bandire la lingua italiana dalle domande di finanziamento per la ricerca di interesse nazionale. Il giudizio non può essere se non quello espresso con la massima chiarezza dal “Sole 24 Ore”.

Del resto, sempre a proposito dell’attenzione del Miur per la lingua italiana, potremmo richiamare un intervento di Paolo Di Stefano sul “Corriere della Sera” del 22 dicembre 2017 relativo all’inglese nei concorsi per diventare insegnante. Scrive Di Stefano: “Il nuovo concorso per aspiranti professori nelle scuole secondarie, che verrà bandito in gennaio dal Ministero, prevede per tutti i candidati un colloquio in lingua straniera. Se, come viene anticipato, si richiederà la conoscenza dell’inglese almeno al livello B2, vale la pena porsi alcune domande. Primo, fermo restando che l’inglese è la lingua più parlata in Europa, siamo sicuri che a Milano o a Palermo un insegnante di storia, di italiano, di musica o di matematica capace di ordinare con scioltezza una birra scura a Soho sia un insegnante migliore di un altro che nella stessa situazione mostri qualche impaccio?”.

Insomma, l’amore per l’italiano certamente alberga nelle stanze di Viale Trastevere, come dimostrano le Olimpiadi dell’italiano e la nomina nel luglio 2017 della Commissione coordinata da Luca Serianni incaricata di elaborare “un piano di interventi operativi volti a migliorare le competenze, conoscenze e abilità nella lingua italiana delle studentesse e degli studenti della scuola superiore di primo e secondo grado”; ma viene il dubbio che in quelle stanze e in quei lunghi corridoi alberghi un amore per l’inglese molto molto più forte, in barba all’art. 9 della Costituzione e alle indicazioni della Suprema Corte.

Claudio Marazzini

http://www.accademiadellacrusca.it/it/tema-del-mese/miur-d-calcio-allitaliano

Bandi in inglese e interesse nazionale. Non è così che si salva l’italiano

La domanda per ottenere un finanziamento per i Prin, i progetti di ricerca di interesse nazionale, il più grande fondo pubblico italiano nel settore, dovrà da quest’anno essere redatta in lingua inglese e «a scelta del proponente – si legge nel bando appena pubblicato – può essere fornita anche una ulteriore versione in lingua italiana». Per la prima volta l’italiano cede il passo definitivamente all’inglese. Apriti cielo, da una settimana è scoppiata la polemica: la novità – nell’ultimo bando italiano e inglese erano alternativi – viene considerata un sintomo di provincialismo e ha scatenato le proteste in nome dell’«interesse nazionale», che sarebbe tradito dal fatto che anche il ministero dell’Istruzione riconosce che la lingua franca della ricerca è l’inglese e non l’italiano. Con realismo questa volta i «burocrati» hanno ammesso che richiedere la versione italiana è inutile, uno spreco di tempo. E che, poiché i valutatori non sono solo italiani, avere una versione «universale» rende il processo di selezione più semplice. Sull’argomento è intervenuto anche il presidente dell’Accademia della Crusca, che per mestiere e vocazione difende la lingua italiana e ha chiesto al ministero di ripensarci.

Le accuse di provincialismo

Viene però da chiedersi se l’interesse nazionale sia avere il più vasto numero di partecipanti al bando in modo che i progetti da selezionare rappresentino davvero il meglio della ricerca o invece sia costringere chi decide di candidarsi ad un esercizio linguistico che poi non trova riscontro nell’attività professionale giornaliera. Ci sarebbe anche una seconda domanda: la lingua si salva se un’élite di ricercatori – stiamo parlando di qualche migliaio di domande – si esercita in italiano o se si riesce ad insegnarla a scuola in modo decente facendo sì che quei quindicenni che vengono testati dall’Ocse-Pisa possano finalmente ad avere un risultato nell’uso della loro lingua natia in media con i loro coetanei degli altri Paesi europei? Magari anche attivando finalmente quei corsi di italiano seconda lingua per gli stranieri che studiano in Italia che diffonda la lingua anche a chi arriva e si stabilisce nel nostro Paese. O riuscendo a far innamorare i ragazzi della lettura, in un Paese dove in una casa su due non ci sono libri, in italiano.

La scuola e l’inglese

La polemica sull’inglese contro l’italiano per attività così specialistiche come la ricerca scientifica rischia di essere lontana anni luce da quello che è il sentimento diffuso degli italiani. Basterebbe un semplice esercizio, andare ad un incontro tra genitori di una qualsiasi scuola superiore: si parla solo di come si impara l’inglese – attività nella quale la scuola italiana fatica particolarmente – e non del livello di italiano dei propri figli. Un’ansia che può essere sicuramente eccessiva ma sulla quale chi ha responsabilità sulla scuola, la lingua e l’istruzione farebbe bene a riflettere. Sarebbe sicuramente più utile all’italiano e all’interesse nazionale di un progetto scientifico declinato nella lingua di Dante.

http://www.corriere.it/scuola/universita/18_gennaio_05/bandi-inglese-interesse-nazionale-non-cosi-che-si-salva-l-italiano-8c8b81a8-f1ec-11e7-97ff-2fed46070853.shtml

La casa della cultura di Mortara

Tag

, , , , , , ,

biblioteca-civico-17-mortara
La biblioteca civica “Francesco Pezza”, che nel 2011 è stata potenziata e trasformata nel Civico17, non è solo il luogo in cui si prestano i libri, ma anche uno spazio per corsi, conferenze storico-letterarie e per le riunioni periodiche dei gruppi di cucito, di lettura e per i giochi degli scacchi e del subbuteo. Con una peculiarità: i numeri in costante aumento. Gli utenti iscritti nel 2016 erano 5.822, che salgono a 6.320 nell’anno che finisce oggi, di cui 3.999 quelli attivi, cioè che hanno preso in prestito almeno un documento della biblioteca di via Vittorio Veneto. Continua a leggere