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Umberto, a che età sei stato catturato dalla passione per la scrittura? E da quanti anni professi l’attività giornalistica?

 «Subito dopo la laurea, quindi circa vent’anni fa. Non avevo mai “scritto” prima, ma sentivo che in qualche modo quello sarebbe stato il mio destino. Alla fine del 1995 inviai il curriculum a un settimanale locale e così iniziai a scrivere della terra di Lomellina».

 Come si può notare dalla tua biografia, sei un uomo molto impegnato su vari fronti: giornalista pubblicista, collaboratore di un quotidiano, direttore di un mensile e di un periodico. Autore di saggi storici, autore di libri sul dialetto lomellino, direttore dell’Ecomuseo del paesaggio lomellino. Ma dopo tutte queste attività, comprendendo anche qualche ora per dormire, dove hai trovato il tempo per scrivere un noir storico?

 «In effetti, rubando qualche ora al sonno e anche fra una telefonata e l’altra del caporedattore… Scherzi a parte, tutto è stato possibile grazie alla mia passione per la scrittura e per la Lomellina».

 Come è nata l’idea di passare da un saggio storico alla narrativa noir?

 «Già da qualche anno volevo cimentarmi in questo genere, ma poi il tempo passava e le idee andavano in soffitta. Poi, poco più di un anno fa, a Voghera ho incontrato l’amico Riccardo Sedini alla presentazione di un libro. Ho tolto le ragnatele al mio vecchio desiderio e Riccardo mi ha suggerito di buttare già qualche pagina».

Che tipo di difficoltà hai riscontrato tu, che usi uno stile giornalistico, in questo passaggio storico-narrativo?

 «Direi che non ho dovuto affrontare un grande salto dallo stile giornalistico a quello narrativo. In fin dei conti, i dialoghi fra i protagonisti del romanzo sono “virgolettati” al pari delle dichiarazioni degli intervistati… Invece, ho dovuto adottare una scrittura molto diversa da quella usata nei saggi storici, dove la Storia appare ingessata a causa degli atti ufficiali utilizzati».

 Nel tuo libro “Il Brigante e la mondina” quanto è fantasia e quanto è realtà?

 «Direi che la realtà raggiunge almeno l’85%. Ho inventato solamente l’omicidio iniziale del fittabile Gusmani per poi seguire un mio percorso narrativo e un altro episodio che preferirei non svelare (per ovvi motivi…), ma per il resto si tratta di persone e di fatti realmente accaduti nella terra fra Po, Ticino e Sesia».

Quanto tempo ti hanno impegnato la ricerca della documentazione e la stesura del libro? Quali fonti di ricerca hai usato?

 «Per fortuna avevo già a disposizione molto materiale raccolto durante la stesura della tesi di laurea. Di conseguenza, sono partito avvantaggiato. Ho utilizzato soprattutto i giornali dell’epoca, che mi hanno consegnato una realtà viva e pulsante, ricca di situazioni, di nomi e di luoghi. Per la stesura del libro mi ci sono voluti poco meno di quattro mesi».

 Come hai costruito il plot narrativo della parte riguardante la fantasia?

 «La parte di trama “fantastica” è uscita dalla penna praticamente in modo spontaneo. Ho immaginato le scene sempre avendo di fronte la realtà sociale, i luoghi e le figure di primo piano dell’epoca».

 Umberto, vuoi parlare del tuo libro e del periodo storico ai nostri lettori?

 «Siamo nella Lomellina del 1901-1902. Gli scioperi bracciantili vengono “legalizzati” dal ministro dell’Interno, Giolitti, e subito le campagne s’infiammano. In primo piano ci sono i sindacalisti della Federazione proletaria lomellina e le mondine di Ferrera Erbognone, paese della bassa Lomellina. I fittabili, cioè i gestori delle grandi cascine, fanno muro per arginare la piena dei lavoratori in sciopero. L’ordine pubblico e le indagini sulla morte di Gusmani sono affidati al brigadiere dei carabinieri, Pesenti».

 Che difficoltà hai avuto nel cercare e trovare la casa editrice?

 «Direi che sono stato fortunato. L’amico Riccardo ha fatto da tramite con la casa editrice Fratelli Frilli di Genova, specializzata in gialli e in noir. Il manoscritto, dopo qualche aggiustamento, ha ricevuto il via libera di Marco Frilli e così ho vissuto l’emozione di vedere il mio romanzo sugli scaffali delle librerie italiane».

 Che cosa ne pensi del mondo editoriale?

 «Per me è stata una scoperta assoluta, visto che i miei saggi storici non erano andati in libreria. È un mondo, visto dal di dentro, complesso. Ho scoperto, per esempio, l’enorme ruolo, sia economico sia organizzativo, ricoperto dalla distribuzione. Oggi la microeditoria riesce a reggersi ancora in piedi grazie alla passione di persone come i Frilli e nonostante le forti spese. E ho scoperto, inoltre, come a questi livelli gli autori non possano campare solamente con i diritti d’autore…»

 Umberto, prima di salutarci ci puoi dare qualche anticipazione sui progetti futuri?

 «Il secondo libro targato Fratelli Frilli è in fase di stampa. Racconta di una contessa milanese che fondò e diffuse il fascismo nella Lomellina del 1921. Lo definirei un romanzo a cavallo fra il noir e l’azione, oltre che politico. Inoltre, una casa editrice di Vigevano, Clematis, sta pubblicando a mia firma un libro sui duemila anni di storia di Valeggio Lomellina».

 Grazie per avere accettato il nostro invito e della tua disponibilità.

 «Grazie a te, Paola, e agli amici di Giallomania. Ad maiora!»

 Paola Badi

www.giallomania.it

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