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Nell’estate del 1858 il conte di Cavour incontra l’imperatore Napoleone III per convincerlo ad affiancare il Regno di Sardegna nella guerra contro l’Impero austriaco. L’operazione va in porto e il conte mette in allerta il marchese Arconati Visconti, a capo del “circolo di Cassolo”, luogo di ritrovo per patrioti, cospiratori e intellettuali del calibro di Alessandro Manzoni. Proprio il padre dei Promessi sposi giunge in Lomellina, ospite del marchese. Nel palazzo di Cassolo arriva anche il colonnello Enrico Strada, confidente del ministro della Guerra, Ferrero della Marmora. E in quei giorni d’estate, una spia inviata dal governatore del Lombardo-Veneto, terra al di là del Ticino soggetta all’Impero austriaco, s’insinua nel “circolo di Cassolo” scompaginando le carte dei patrioti lomellini. Attraverso una Mortara occupata nella primavera successiva dalle truppe del feldmaresciallo Gyulai, si arriverà al colpo di scena finale sulle sponde della Sesia.

Manzoni e la spia austriaca è la tua terza opera storica: come nasce?

«Dalla volontà di rivalutare un fatto storico misconosciuto dai miei conterranei: la presenza di Alessandro Manzoni a Cassolnovo, ultimo paese lomellino prima di Novara, negli anni Cinquanta dell’Ottocento». 

Hai iniziato il periodo storico con il 1902, poi sei passato al 1921. Perché questa scelta di tornare indietro negli anni (in questo romanzo siamo nel 1859) invece di continuare la scia del 1900?

«Per i miei romanzi non ho pianificato a tavolino di seguire una linea cronologica. Scelgo personaggi e argomenti di volta in volta, attingendo al mio patrimonio librario e ai documenti raccolti negli anni. Può darsi che nel prossimo romanzo si torni al Novecento. Oppure si scenda al Settecento…».

Partiamo dal titolo: Manzoni e la spia austriaca. Il Manzoni, Don Lisànder, non è il personaggio principale della storia. È stata forse un’operazione di marketing?

«Manzoni non è il protagonista, ma possiamo definirlo un co-protagonista, anche dall’alto del suo nome e dell’incontestabile ruolo rivestito nella cultura italiana di tutti i tempi. In questo senso è stata un’operazione di marketing: attirare il lettore non lomellino per fargli sapere, già dal titolo, che anche la nostra terra può vantare fatti e personaggi di rilievo nazionale».

Che tipo di difficoltà hai riscontrato nell’ambientare una spy-story nel 1859?

«Nessuna in particolare. Anzi, rispetto ai due noir precedenti, ho scritto in modo più scorrevole. Questo perché l’aver ambientato la caccia all’uomo in un periodo movimentato come il biennio 1858-59 ha favorito la costruzione di una storia d’azione come questa».

 Si può considerare un feuilleton questa spy-story?

«Credo di sì, se con fogliettone s’intende un romanzo popolare a tinte forti, il cosiddetto romanzo d’appendice. Non a caso siamo nell’Ottocento, dove questo genere ha riscosso il massimo successo fra i lettori».

 Quanti sono i personaggi realmente esistiti e quanti di fantasia?

«A parte i vari Vittorio Emanuele II, Cavour e Gyulai, direi Manzoni e il colonnello Strada, ufficiale dell’esercito sabaudo che combatté nelle tre guerre d’Indipendenza. Era un nobiluomo lomellino, nato a Ferrera Erbognone nel 1820. Il principale personaggio di fantasia è Sacchi, la spia del titolo, modellato su un ufficiale lombardo fedele all’imperatore Francesco Giuseppe». 

Durante la stesura come ti sei documentato, da dove hai preso le notizie necessarie per scriverlo?

«Possiedo numerosi documenti e volumi relativi alla storia della Lomellina. Ho attinto anche a diverse ricerche d’archivio effettuate per la stesura di libri di storia locale. Ricostruire lo sfondo della storia di spionaggio non mi è stato difficile».

 I luoghi dove si svolgono i fatti sono essenzialmente tre: Cassolnovo, Mortara, il fiume Sesia, a parte l’iniziale puntata a Plombiéres. Anche in questo caso parli solo di fatti e luoghi conosciuti?

«Certo. Mi muovo più agilmente fra luoghi e paesaggi noti. D’altronde, mi piace definire il mio un romanzo “quasi storico”. Ai personaggi realmente vissuti affianco personaggi di fantasia, ma tutti agiscono su un palcoscenico reale. Reale è il palazzo Arconati Visconti di Cassolnovo, reale è la Mortara invasa dagli austriaci, reale è la Sesia attorniata dai pioppeti».

Rispetto ai precedenti romanzi, nella lettura abbiamo notato un cambio di stile: emerge uno stile più narrativo e meno saggistico/giornalistico. È stato un mutamento naturale?

«In parte sì. Come spiegavo sopra, la trama mi ha portato a utilizzare uno stile più sciolto, meno “ingessato”. Nei primi due era preponderante il retroscena storico, mentre qui l’azione e il clima bellico hanno favorito quasi naturalmente il passaggio a una scrittura più fluida. E poi mi piace pensare a questo come a un “western risorgimentale”. Qui non ci sono i canyon rocciosi o le vaste praterie, ma risaie e i pioppeti: l’effetto, però, è molto simile».

 Ultima domanda prima di salutarci: progetti futuri? In che anno ci porterai?

«Come sa molto bene Riccardo Sedini, che io definisco il mio “agente letterario”, adesso è tempo di promuovere don Lisànder. Le nuove idee mi vengono solitamente in autunno…».

 Grazie della tua disponibilità e cortesia: ci vediamo al prossimo libro.

Paola Badi

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