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Pubblichiamo “Il Sesia in pianura: fonte e luogo di vita, con risorse e valori da conservare” dell’architetto Gian Mario Pasquino. Il testo è tratto dalla pubblicazione “Per il Parco Naturale del fiume Sesia. Monumento da salvare”, a cura di Italia Nostra, Novara 2015.

Il Sesia, o meglio “la Sesia“ nella comune “vulgata“, come tutti i corsi d’acqua è stato ed è ancora “fonte di vita”, anche se nella nostra epoca questa sua prerogativa non è più diretta e quotidiana come un tempo.

La civiltà si è sviluppata lungo le rive dei fiumi e anche per il nostro fiume localmente vi sono stati ancora recentemente ritrovamenti archeologici, a testimoniare la presenza di insediamenti risalenti al primo secolo a.C. in prossimità del suo corso. La vita delle comunità traeva sostentamento dalla vicinanza del fiume per quanto riguardava la pesca ma anche per la cacciagione. La selvaggina trovava il proprio habitat nei boschi che circondavano le sponde e gli alberi fornivano legname sia da opera sia per il riscaldamento. I ghiaieti e i banchi di sabbia fornivano materiale da costruzione.

Queste risorse sono state sfruttate nei secoli e numerosi nuclei familiari, sino a pochi decenni fa, traevano il loro sostentamento dal fiume.

Le zone golenali ancora trenta-quarant’anni fa avevano una loro suggestiva poesia. I boschi cedui di salici e robinie caratterizzavano le sponde del fiume, seguivano le aree golenali già coltivate con impianti di pioppeti industriali, veniva quindi, prima delle aree urbane, la campagna coltivata.

Era ancora, quaranta-cinquant’anni fa, una campagna diversa. Ancora vi era la rotazione agraria: il granturco, il grano, il riso e il prato erano le coltivazioni che si susseguivano nei campi.

L’allevamento di bestiame bovino da latte e da carne completava la produzione agricola locale e della zona e in conseguenza per la produzione di foraggio diversi appezzamenti di terreno venivano mantenuti a “marcita stabile“ sfruttando le cospicue risorse d’acqua sorgiva dei fontanili.

Ricordo quello di fronte alla cascina San Pietro, raggiungibile dalla strada sterrata che conduce allo scaricatore “Sesia morta“, ma anche quello presente sul terrazzamento naturale a sinistra della strada per Vinzaglio, appena prima del passaggio a livello della ferrovia.

Quest’ultimo, in particolare, attrezzato come una vera e propria fontanella, era abitualmente usato dai contadini per dissetarsi riempiendo i famosi “barlöt“, i piccoli contenitori di legno a forma di botte per il trasporto dell’acqua. Non c’erano ancora le taniche o le bottiglie di plastica.

Negli anni del “boom“ economico, i primi anni Sessanta, il Sesia e specialmente tutta la zona della Brida, la zona della diga, in estate diventava la spiaggia non solo di Palestro ma di tutti i paesi del circondario.

La domenica si potevano vedere centinaia di biciclette, “Vespe”, motorini e le prime utilitarie parcheggiate per ogni dove. Famiglie intere si accampavano sui ghiaieti a prendere il sole e un poco di frescura dalle acque, ignorando per quanto possibile la presenza costante delle zanzare e dei tafani.

Purtroppo il fiume, capriccioso e infido, qualche sacrificio lo pretendeva, e annualmente si doveva constatare qualche annegamento. Erano gli anni in cui cominciava anche lo sfruttamento del materiale di cava. L’incentivazione dell’attività edilizia richiedeva molto materiale e dall’estrazione a mano e il trasporto con i carri a cavallo di alcuni decenni prima si passava alle draghe e alle ruspe con auto-articolati per il trasporto sempre più grandi e capienti.

Sono di quegli anni i residuati di “archeologia industriale“ ancora visibili sia in località Brida sia più a monte, in località Colonia: scheletriche strutture di cemento armato con le tramogge per la vagliatura della ghiaia sormontate da impalcature metalliche ormai arrugginite e cadenti.

Risalgono sempre a quegli anni alcune floride attività di ristorazione che hanno funzionato per alcuni lustri: la trattoria della Chiusa sulla sponda sinistra e la trattoria stagionale del “Giusipèn“, dal nome del titolare, sulla sponda destra. Quest’ultimo faceva anche il “traghettatore“ con barca per conto del comune, trasportando oltre il fiume le persone dirette alla frazione Pizzarosto o viceversa in paese.

Sempre a quel periodo risale l’inizio della fiorente attività agonistica legata alla pesca sportiva, che ha visto per quasi un trentennio le rive del fiume, in località Ronfavalle a monte della diga, teatro di campionati provinciali, regionali e nazionali con la partecipazione di centinaia di appassionati.

Nel volgere di pochi anni, un quarto di secolo, poco meno o poco più, tutto questo si è evoluto. In senso negativo, per chi come me, anche se in un’età che ancora non poteva apprezzare appieno quello che gli era attorno, aveva vissuto le realtà descritte. In senso positivo, forse, per le ultime generazioni. Abbandonate le attività estrattive, sono rimasti a far brutta mostra di sè quegli impianti arrugginiti di cui ho già ricordato, solo uno dei quali demolito.

Scomparsi per questioni economiche gli allevamenti di bestiame, sono stati prosciugati le marcite e quegli appezzamenti riconvertiti alla coltivazione del riso. Abbandonata la pratica della rotazione agraria, si è passati alla coltivazione intensiva delle risaie, trasformando a poco a poco le campagne in una landa senza piante. Sono sparite le capitozze sulle rive dei fossi, non più con argini in terra e pertanto con necessità di sempre più costosi interventi di pulizia e manutenzione a causa del costo della manodopera e la difficoltà a reperirla, sostituite da canaline in cemento di più facile pulizia e più efficace distribuzione delle acque irrigue, senza le perdite derivanti dalle rotture delle sponde.

Sono scomparsi i traghetti sul fiume; i boschetti di acacie e di salici si sono ridotti a esigue strisce sulle sponde del Roggione di Sartirana e in limitate zone golenali. In un recentissimo passato altre zone golenali coltivate da decine di anni a pioppeto sono state anch’esse convertite a risaia, si sono addirittura riempite alcune lanche. Le trattorie da anni sono chiuse e i locali che le ospitavano abbandonati al vandalismo e alla maleducazione, offrono scene tristi di degrado, come in generale le sponde del fiume e la campagna contigua, dove pullulano le discariche abusive e i depositi di materiale vario abbandonato: dalle macerie edili ai vecchi elettrodomestici, dai sacchi pieni di immondizia ai vecchi materassi, scaricati per ogni dove.

I fontanili sono quasi scomparsi; l’unico rimasto – sempre sulla strada per Vinzaglio – sopravvive in mezzo ai rifiuti, per sversare la sua residua acqua nel cavo Laghetto. Anche l’attività sportiva della pesca si è evoluta, e purtroppo non in positivo: scomparsa quasi la fauna ittica autoctona (carpe, tinche e persici), sono arrivati i pesci siluro e con essi i cormorani e gli aironi cinerini. È la natura che si evolve e l’uomo ci mette del suo e non poco.

Recenti progetti per nuove centrali per lo sfruttamento elettrico del salto della diga a Palestro non contemplavano più l’accessibilità al corso d’acqua. Il fermo imposto dalle autorità per una revisione dei progetti dovrebbe correggere questa anomalia. Tuttavia, e senza per questo creare allarmismi, ritengo che sia effettivamente giunto il momento di un’inversione di tendenza. Il maggior interesse a queste problematiche è di buon auspicio. Certamente non si potrà sperare in un ritorno al passato nè tantomeno a una ricostruzione di quanto è andato perduto.

Il fatto che si cominci a parlare di queste situazioni è già positivo. Quello che serve e di cui si ha bisogno è che si continui a parlarne perchè a poco a poco si diffonda e si propaghi nelle coscienze, specie nelle nuove generazioni, l’educazione alla conservazione e al rispetto della natura.

La scuola dovrebbe essere la prima a muoversi in tal senso, seguita, spronata e supportata dagli enti locali, i più vicini e migliori conoscitori del proprio territorio. L’impegno delle associazioni, degli operatori istituzionali ed economici, deve essere quello di sollecitare le Amministrazioni preposte, senza allarmismi, ad attuare quei vincoli minimi di tutela e salvaguardia perchè il fiume, con i suoi valori e le sue risorse, continui a essere fonte e luogo di vita.

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