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cicSi intende per pronuncia classica quella usata in Roma nel II-I secolo a. C., che possiamo ricostruire attraverso molteplici testimonianze, come le informazioni dei grammatici e il confronto con altre lingue.

Quando, per esempio, all’inizio del II secolo si cominciò a scrivere ae al posto di ai, la grafia dovette rispecchiare un cambiamento di pronuncia, consistente in un suono più aperto rispetto all’arcaico ai; che non si pronunciasse subito e pare confermato da varie testimonianze; soltanto tra l’XI e il XIII secolo il dittongo ae scomparirà definitivamente dalla grafia per lasciare posto ad e.

Così il suono ti seguito da vocale era pronunciato uguale alla grafia fino al II sec. d. C., mentre c e g seguite da vocale palatale (ei) conservarono a lungo il suono gutturale, che divenne palatale solo dopo il IV secolo d. C., analogamente a quanto avvenne con il gruppo gn, che ebbe sempre suono gutturale (g+n).

Nei paesi di lingua tedesca e anglosassone si è imposta la pronuncia classica e anche la Francia, dal 1960, ha prescritto ufficialmente tale pronuncia, che viene definita come “riformata”.

In Italia manca a tutt’oggi una presa di posizione ufficiale; alcuni, come Bonfante, pur riconoscendo la varietà della pronuncia latina nei diversi secoli, sostengono che sia giusto adottare quella , ben nota nelle sue linee essenziali, che doveva essere comune agli autori più famosi, anche se non vi è accordo nemmeno su quali autori debbano essere presi a modello; altri, come Traina e Mariotti, esprimono la propria perplessità su una possibile riforma della pronunzia scolastica in Italia, temendo le difficoltà cui si andrebbe incontro e proponendo di adottare la pronunzia classica solo in scuole specializzate.

La pronuncia classica

Con la crisi di Roma come centro politico e culturale del mondo antico il latino finì per essere travolto dalle lingue barbariche e dal ridestarsi del sostrato culturale preromano di molti popoli dell’Impero. Anche la pronuncia andò sempre più differenziandosi, fino a perdersi nelle tante parlate locali. Il Medioevo non tentò mai di uniformare la pronuncia, anche perché la Chiesa, che sola avrebbe potuto, preferì evitare di rendere ancora più oscuri i testi liturgici leggendoli con una fonetica diversa da quella volgare. Solo con l’avvento dell’Umanesimo si pose il problema teorico di recuperare la pronuncia originale del latino, che fu possibile in maniera abbastanza soddisfacente grazie allo studio dei testi antichi. Ma la teoria era una cosa, la pratica un’altra, e dopo secoli di pronuncia volgarizzata fu impossibile rettificare l’uso comune.

La situazione, oggi, non è molto cambiata: ci sono pronunce nazionali così diverse che nel čéςar degli Italiani, nel sẹςár dei Francesi, nel tsęsar dei Tedeschi, nel síςā degli Inglesi si stenta a riconoscere la medesima parola, Caesar. C’è la pronuncia ecclesiastica, che è in pratica quella italiana, che Pio X cercò invano di estendere a tutta la Chiesa nel 1912 e c’è quella classica che oggi conosciamo con più esattezza degli Umanisti, ma che fatica ad affermarsi.

Non esiste “una” pronuncia di una lingua. Al limite, ce ne sono tante quanti sono i parlanti. Prescindendo ovviamente dalle variazioni individuali, sono tre le cause principali di evoluzione: storiche, geografiche e sociali. Occorre quindi preliminarmente dare una definizione sincronica della pronuncia classica, che tenga conto di quelle tre componenti. Intendiamo per pronuncia classica del latino quella del ceto colto della città di Roma nel I secolo a. C.: è la lingua di Cesare e Cicerone, che può valere, con poche varianti, anche per tutto il tempo che va da Plauto a Tacito, e interessa quindi la parte più significativa della letteratura latina pagana.

Abbiamo vari mezzi per ricostruire la pronuncia classica con sufficiente approssimazione:

  • le testimonianze dirette dei grammatici antichi, quando descrivono i suoni della propria lingua o correggono gli errori dei loro contemporanei
  • le testimonianze indirette degli antichi scrittori, quando fanno giochi di parole o usano figure di suono, soprattutto onomatopee
  • le scritture fonetiche delle iscrizioni , spesso incise da scalpellini incolti che scrivevano come pronunciavano
  • la trascrizione di parole latine in greco e viceversa
  • i termini latini passati in epoca antica in altre lingue, soprattutto nel Germanico (col presupposto che la trasmissione sia avvenuta per via orale e non soltanto per via scritta, nel qual caso la testimonianza potrebbe valere solo per la grafia)
  • i dati della fonetica comparata indoeuropea per il punto di partenza, e romanza per il punto di arrivo.

Nei paragrafi seguenti esporremo la pronuncia classica solo nei punti in cui diverge da quella italiana.

I dittonghi

Tutti i dittonghi si pronunciano come tali, cioè come si scrivono, purché si badi che il secondo elemento non fa sillaba e non può portare accento, quindi: áetas, áestimo, fóedus, próelium, Cáesar.

L’allitterazione, eredità della lingua sacrale italica, è una delle figure di suono più utilizzate dalla poesia latina, specie arcaica. Ora, proprio l’allitterazione costringe a leggere dittongato il cáerula di una clausola enniana: caua caerula candent (la volta celeste rifulge).

La chiusura di ae in ē era dialettale. Un certo Caecilius, pretore urbano del II secolo a. C., pronunciava ae come noi e Lucilio, giocando sul doppio senso di urbanus, scrisse che Cecilius non era un pretor urbanus, ma rusticus!

Il Mediolatino eliminò i dittonghi ae e oe anche graficamente. La restaurazione della grafia dittongata si deve agli Umanisti.

Y

La ipsilon o i greca, come dice il nome stesso, è una lettera greca che indica un suono estraneo al latino e fu aggiunta alla fine dell’alfabeto latino, dopo la X, solo ne I sec. a. C., per trascrivere i nomi greci. Prima, essa era trascritta con la lettera u, come mostrano i più antichi grecismi (guberno < κυβερνῶ).

La y suona, come in greco (ionico-attico), ü, cioè come la u francese o lombarda. Lyra va pronunciata esattamente come λύρα. Tale pronuncia, però, era dotta: quella popolare oscillò sempre tra i ed u. Quella in i fu probabilmente più diffusa e penetrò anche nel tardo insegnamento grammaticale: ne è prova il nome stesso di i Graeca.

Il “sonus medius”

Così Quintiliano, in un passo controverso (I, 4, 8), denomina unmedius […] quidam u et i litterae sonus, “un suono intermedio fra la u e la i”: troviamo infatti resa con un’oscillazione grafica tra u e i una vocale breve, sia tonica sia, soprattutto, atona, dinanzi a labiale in lŭbet / lĭbet, optŭmus / optĭmus, carnŭfex / carnĭfex, ecc. La grafia più antica era u; fu l’analogista Cesare a generalizzare la i, ma la u rimase come segno di arcaismo.

Sulla vera pronuncia di questo fonema variano tuttora le opinioni: la più probabile sembra quella di chi lo considera una vocale indistinta, che nei proparossitoni poteva preludere alla sincope (tegŭmen > tegĭmen > tegmen).

U semivocale (v)

Noi distinguiamo tra U e V; i Latini, invece, usavano un solo segno, V per la maiuscola, e in seguito, con lo sviluppo della minuscola, u, e scrivevano quindi VIVO, VNVS, uiuo, unus. I segni U e v entrarono nell’uso solo con gli Umanisti, soprattutto ad opera di Pierre de La Ramée, da cui presero il nome di “lettere ramiste”.

Come i Latini non avevano il segno della v, così quasi certamente non ne avevano neppure il suono (fricativa labiodentale sonora). Nella pronuncia classica la u di uiuo si distingueva da quella di unus in quanto questa è vocale (cfr. italiano uno), l’altra semivocale (cfr. italiano uovo, uomo).

Abbiamo due ordini di prove:

  • la trascrizione in greco mediante ου, costante in epoca repubblicana (Polibio, per es., ha Οὐαλέριος da Valerius,Οὐενουσία da Venosa);
  • paronomasie ed onomatopee (fra queste ultime, cfr. uagire, fare “ua” tipico del bambino, che di certo anticamente non faceva “va”).

Qualche difficoltà può presentare la pronuncia del gruppo uu di uiuus, seruus, uulgus, uiuunt, ecc. Ma questa grafia è postclassica, e Quintiliano (I, 7, 26) attesta che i suoi maestri insegnavano ancora a scrivere seruos, uolgus, uiuont, ecc., che era la grafia classica, documentata anche dalle iscrizioni.

L’aspirazione

La lettera H, in italiano, è muta. Questa tendenza ad eliminare l’aspirazione risale già al latino, benché fosse contrastata dalla lingua colta e dalla scuola. In latino esistevano tre tipi di aspirazione:

  • aspirazione vocalica iniziale: homo, habeo, ecc. Si conservò nel latino “urbano”, anche per influsso dello spirito aspro greco. Nel latino rustico, invece, l’aspirazione iniziale si perse presto. Capitava talvolta, però, che per ipercorrettismo (come succede anche oggi) qualcuno inserisse aspirazioni a sproposito credendo di parlare in maniera forbita. Lo testimoniano anche alcune grafie epigrafiche: HIRE al posto di IRE (CIL IV 1127, a Pompei);
  • aspirazione vocalica interna (per lo più intervocalica): mihi, nihil, ecc. Era già muta in epoca preletteraria, non avendo impedito né la contrazione, né il rotacismo. La pronuncia corrente di mihi e nihil fu certo in tutte le epoche mī e nīl. L’h rimase come segno grafico, o per ragioni etimologiche nei composti (in-humanus, ex-halare), o per separare le sillabe (co-hors, tra-ho, ue-ho). Dunque, nella pronuncia classica l’aspirazione vocalica interna, a differenza di quella iniziale, non si fa sentire;
  • aspirazione consonantica: ch, th, ph. Era originariamente estranea al latino, e fu introdotta nella seconda metà del II sec. a. C. per rendere con più fedeltà le aspirate greche (χ θ φ), che anteriormente erano state trascritte con le rispettive tenui latine (c t p). Poi tali grafie furono ammodernate con l’aggiunta dell’h, ma la tenue si conservò in parole ormai consacrate dall’uso, come Poeni, purpura, ecc. In conclusione, la presenza di un’aspirata in latino è indizio di un grecismo, vero o presunto. Questi digrammi andrebbero letti come le corrispondenti lettere greche, cioè come tenui seguite da aspirazione: k-h, t-h, p-h.

Ti davanti a vocale

Si pronuncia com’è scritto, cioè senza assibilazione. Polibio trascriveva Terentius con Τερέντιος e Dionisio di Alicarnasso Martius con Μάρτιος. La prima testimonianza epigrafica dell’assibilazione è del 140 d. C.: CRESCENTSIAN(us) (CIL XIV 246). Era avvenuto che la i, divenuta da vocale (gra-ti-a trisillabo) semivocale in iato (gra-tia bisillabo), aveva intaccato la dentale precedente.

Le velari davanti a vocale palatale (e/i)

C e G suonavano sempre “dure”, anche davanti a e e i, dunque kikero e non čičero, ġenus (come nel greco γένος o nell’italiano ghetto) e non ğenus.

Gli esempi possibili sono tanti.
Poiché nella grecità italica κίκιρρος significava galletto (Esichio 2, 481), dobbiamo pronunciare kikirrus, altrimenti sarebbe come se il gallo facesse cicciricí. L’omofonia di c e di k è testimoniata dai frequenti scambi epigrafici delle due lettere: DEKEM(bris) (CIL I21038), MARKELLINO (CIL V 3655). I Latini trascrivevano con c il κgreco, per esempio ceryx < κέρυξ; i Greci, a loro volta, con κ il c latino, per es. κίρκος < class=”greco”>γ è attestata dalla trascrizione legio / λεγιών nel Nuovo Testamento e dall’omofonia dei due imperativi lege / λέγε affermata da S. Agostino (Doctr. Christ. 2, 24, 37).

I gruppi gn e sc

Dato che la g aveva sempre suono velare, il gruppo gn non poteva classicamente essere pronunciato come in italiano, con la cosiddetta schiacciata (ñ) di agnello, ma come velare più nasale (ġn), come nel Tedesco Wagner. Dunque, agnus suonava aġnus e non añus, gigno ġiġno e non ğiño (cfr. greco γίγνομαι).

Anche nel digramma SC seguito da vocale palatale la C era dura: discere suonava diskere.

Il gruppo quu

La labiovelare sorda qu (Ku) non pone problemi agli Italiani (quattuor come quattro, qui come qui), tranne che davanti a u: equus, sequuntur.

Sembra che classicamente coesistessero due grafie e relative pronunce:

  • una, fonetica e popolare, riduceva la labiovelare qu alla velare pura c davanti a ŏ/ŭ: ecus, secuntur
  • l’altra, colta, conservava sia la labiovelare che la ŏ originaria: equos, sequontur.

La prima soluzione aveva il vantaggio di allineare la desinenza con quella degli altri nominativi singolari maschili della seconda declinazione (ecus come filius) e delle altre terze persone plurali mediopassive (secuntur come leguntur); la seconda, invece, manteneva l’unità fonetica del paradigma, mantenendovi ovunque la labiovelare (equos come equi, equō, ecc.; sequontur come sequimur, sequimini, ecc.). Nel I secolo d. C. si giunse a un compromesso grafico con le forme equus, sequuntur: la pronuncia, però, era con una sola u.

In sintesi, si legga equos, sequontur se così si trova scritto; se, invece, si trova scritto equus, sequuntur, che è la grafia più diffusa, si legga ecus, secuntur.

-s- intervocalica

E’ sempre sorda, come s- iniziale (rosa come sacer), mentre l’italiano settentrionale la pronuncia come sonora (roςa). Anche il latino aveva la -s- intervocalica sonora, ma si rotacizzò entro il IV sec. a. C. (*ausosa > aurora, *cinisis > cineris). Restarono solo -s- intervocaliche sorde: in parole di origine non indoeuropea (rosa, asinus, parole mediterranee), o introdotte tardi in latino (basium, termine gallico attestato a partire dal I sec. a. C.), o dove la -s- deriva dalla semplificazione di una doppia -ss- (causa, casus fino ad Augusto caussa, cassus), o dove il rotacismo non aveva avuto luogo per dissimilazione con una r (miser, Caesar), o nei composti (de-sipio, de-sĭno).

Il gruppo ns

E’ preletteraria la tendenza del latino a eliminare la n davanti alla s, allungando per compenso la vocale precedente: lupōs < *lupons < *lupo-m-s (cioè tema lupo + desinenza dell’accusativo + desinenza del plurale). Questa tendenza continua ad agire nella pronuncia classica anche in contrasto con la grafia, riducendo la n davanti alla s nelle sillabe radicali (mensis, sponsa) ad una debole appendice nasale della vocale precedente, che si allunga : mēnsis, spōnsa, ecc.

Schema sinottico

Grafia scolastica Pronuncia classica Pronuncia italiana
ae

oe

y

v

vu

h-

-h-

ch

th

ph

ti + vocale

ce, ci

ge, gi

-gn-

gn-

quu

-s-

-ns-

-ns

áe

óe

ü

u

uo

h

muta

k + h

t + h

p + h

ti

ke, ki

ġe, ġi

ġn

ġn

kuo, ku

s

s

ns

e

e

i

v

vu

muta

muta

k

t

f

zi

če, či

ğe, ği

ñ

ñ

kuu

ς

ns

ns

Testo da http://oggilatino.blogspot.it

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