Tag

, , , , , ,

Dal mio libro Fatti d’arme e condottieri in Lomellina. Duemila anni di battaglie (Edizioni Clematis, 2012, Isbn 9788890784101)

Annibale

  • Parte prima

Nel 218 a. C. Roma deve affrontare per la seconda volta nel secolo l’acerrima rivale Cartagine. I Barcidi, famiglia che si gloria di discendere da Didone, fondatrice della città fenicia, sono da tempo fautori di una politica di incessante espansione commerciale e coloniale nel Mediterraneo. In quell’anno l’esercito è affidato ad Annibale, figlio maggiore di Amilcare e nemico giurato dei Romani. Questo generale di 29 anni, sul finire di maggio, inizia la grande marcia dalla Spagna verso l’Italia alla testa di 30.000 fanti, 12.000 cavalieri e trentasette elefanti. Qual è l’atteggiamento di Roma?

Il Senato non accoglie con entusiasmo l’eventualità di una nuova, estenuante guerra con Cartagine. L’unica, blanda sicurezza è rappresentata dalla vittoria nel lungo conflitto conclusosi ventitré anni prima. Secondo qualcuno, Roma non è preparata ad affrontare un’altra guerra o forse la considera quasi vinta in partenza, non degna di mobilitazioni straordinarie o di un coordinamento efficiente delle legioni. In generale, la strategia del Senato è improntata a un’offensiva su due fronti, in modo che le armi s’incrocino fuori dall’Italia. Ci si affida alle quattro legioni, affiancate dagli alleati, sotto il comando di Publio Cornelio Scipione, padre del futuro Africano, e di Tiberio Sempronio Longo, i due consoli designati per il 218. I senatori decidono a tavolino di respingere il nemico sulla linea del Rodano, nell’ipotesi che Annibale preferisca procedere oltre l’Ebro, e di inviare nella Gallia Transalpina (poi Narbonense) Cornelio Scipione con la terza e la quarta legione di 8.000 fanti e 600 cavalieri romani, rinforzati da 14.000 fanti e 1.600 cavalieri alleati. A sua volta, Sempronio Longo è spedito in Sicilia con il compito di sbarcare in Africa, sulle orme di Attilio Regolo, con la prima e la seconda legione di 8.000 fanti e 600 cavalieri romani, cui si affiancano 16.000 fanti e 1.800 cavalieri alleati.

Negli stessi giorni sono dedotte anche le colonie di diritto latino Cremona e Piacenza, baluardi della romanità in una Gallia Cisalpina non ancora del tutto pacificata malgrado la determinante vittoria di Casteggio del 222 a. C.

Lo scontro sulla riva destra del Po tra Romani e Galli Insubri, uno dei più celebri della storia romana, fu il preludio della prima unificazione italiana. Il trionfo aveva spianato ai Romani la strada di Milano, che sarà conquistata dopo breve assedio. Gli Insubri, rafforzati da circa 30.000 Gesati, mercenari della valle del Rodano, avevano tentato una diversione su Clastidium, importante località della tribù ligure dei Marici, che, probabilmente per timore dei bellicosi vicini Insubri, già l’anno prima aveva accettato l’alleanza con Roma. Il console Marco Claudio Marcello, riconosciuto il re nemico Viridumaro dalle ricche vesti, lo uccise in un vibrante corpo a corpo per poi consacrarne gli spolia opima, cioè l’armatura e le armi, nel tempio di Giove Feretrio in Campidoglio. Marcello diverrà così protagonista di una delle più antiche opere della letteratura latina, la fabula prætexta di Cneo Nevio intitolata appunto Clastidium.

Secondo la politica di colonizzazione avviata alla metà del iv secolo, Roma istituisce due nuove entità statali a ridosso del Po, nel cuore della Gallia Cisalpina, con l’obbligo, in caso di guerra, di fornire l’aiuto richiesto da Roma secondo la formula togatorum. Le colonie erano fondate secondo il diritto latino sia come forma di controllo della diffusione della cittadinanza romana, considerata superiore a tutte le altre, sia per motivi pragmatici: non essendo direttamente governate da Roma come le colonie di diritto romano, ma avendo magistrati propri, potevano prendere decisioni in modo più adeguato e rapido per difendersi da pericoli imminenti. Ed è quanto succede il 31 maggio, con la deduzione delle colonie di Piacenza, sulla sponda destra del fiume Po, e di Cremona, su quella sinistra. A ciascuna colonia sono assegnati non meno di 6.000 coloni. Il territorio, nel complesso, è ampio 2.000 chilometri quadrati, in parte da bonificare con lavori idraulici e taglio di boschi.

La Galla Cisalpina, però, non accetta supinamente l’“intrusione” romana. E i bellicosi Galli sembrano fare il gioco del punico Annibale.

La colonizzazione non è accolta con favore dalle tribù galliche degli Insubri e dei Boi, che, solamente pochi giorni dopo la deduzione delle due colonie, vanno all’assalto di Piacenza. I triumviri locali, sorpresi mentre distribuiscono i lotti di terra ai coloni, si rifugiano nella stazione fortificata di Modena, che diverrà colonia nel 183. Sono assediati e presi prigionieri a tradimento mentre trattano. Il pretore della Cisalpina, Lucio Manlio, accorre a Modena con una delle due legioni coscritte da Scipione. Sorpreso in marcia in una regione boscosa, subisce consistenti perdite ed è costretto a rifugiarsi nella stazione fortificata di Tanneto, tra Modena e Piacenza, dov’è assediato. A togliergli le castagne dal fuoco ci pensa il pretore Caio Attilio Serrano, che conduce la seconda legione di Scipione oltre l’Appennino e libera dall’assedio Piacenza e Tanneto senza combattere, poiché nel frattempo i Galli hanno desistito dalla ribellione.

Annunci