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  • Parte seconda

 

scipione africano

Busto di Publio Cornelio Scipione detto l’Africano

Nel frattempo, il generale punico si dirige verso la penisola italica. Dopo aver incontrato qualche ostacolo sul suo cammino, spunta nella pianura padana.

Attraversa l’Ebro, ma non muove a marce forzate verso i Pirenei, visto che trova il tempo di sottomettere le tribù dei Bargusi, degli Erenusi, degli Andosini, degli Ilergeti e degli Ausetani. Supererà i Pirenei solamente due mesi dopo, ma nei pressi di Marsiglia s’impantana in duri combattimenti con le tribù galliche alleate di Roma e a fine luglio è ancora assestato nelle regioni a ovest del fiume Rodano, che traverserà intorno al 10 agosto. Intanto, Scipione aveva coscritto in fretta e furia due nuove legioni: una leva straordinaria che, per ragioni non meglio definite, procede con preoccupante rilento. S’imbarca a Pisa diretto a Marsiglia ritenendo che il Barcide sia ancora fermo ai Pirenei. Dopo essere approdato alla foce del Rodano e saputo che il nemico sta marciando verso nord, gli manda in avanscoperta un reparto di cavalleria, che si scontra con i cavalieri ispano-numidi della retroguardia cartaginese guidata da Annone, figlio di Bomilcare. Il console cerca allora di colmare la distanza tra i due eserciti facendo risalire il fiume alle due legioni con lo scopo di sbarrare il passo al nemico, ma quando giunge al campo punico, a ridosso delle montagne, Annibale ha levato le tende da oltre tre giorni.

Una ventina di giorni più tardi, dopo aver respinto gli attacchi dei Galli Allobrogi sulle Alpi, Annibale incita i soldati di fronte allo spettacolo della rigogliosa pianura che si stende ai loro piedi: “Ora tutto l’enorme patrimonio che i Romani possiedono, conquistato e accumulato in tantissimi trionfi, sta per diventare vostro assieme a chi lo possiede. Con l’aiuto degli dei, è per questa straordinaria ricompensa che vi esorto a prendere le armi… È giunto il tempo che otteniate guadagni ricchi e abbondanti, che siate ricompensati per la vostra fatica dopo che avete percorso una strada tanto lunga, tra tante montagne, tanti fiumi, tante popolazioni ostili”. Sono le parole inserite da Tito Livio nel XXI libro della sua monumentale Ab urbe condita.

A questo punto Roma comprende che Annibale può rappresentare un pericolo reale. Le carte sono scompaginate dall’incredibile rapidità con cui i cartaginesi si sono affacciati sulla Gallia Cisalpina.

Scipione affida le due legioni lasciate nella Gallia Narbonense al fratello, e suo legato, Gneo con il compito di guidarle in Spagna: da Emporie, città greca alleata dei Romani situata a nord del fiume Ebro, dovrà tenere impegnate le truppe di Asdrubale e impedire rifornimenti ad Annibale. Poi Scipione torna alla foce del Rodano e fa vela verso l’Italia senza esercito. Deve informare il Senato del piano di Annibale di raggiungere l’Italia attraversando le Alpi: è la tragica eventualità di un’invasione. Si deve pensare e agire con la massima urgenza. Il Senato richiama Sempronio dalla Sicilia, che, con uno sforzo straordinario, riesce a far sbarcare le legioni nel porto di Rimini.

Intanto, Scipione raggiunge le due legioni nella Gallia Cisalpina con la consapevolezza di essere l’unico condottiero romano in grado di arrestare l’esercito del Barcide. La sua strategia è semplice: attendere i cartaginesi in pianura invece di andare loro incontro in direzione dei valichi montani.

Invece, Annibale, dopo aver valicato Pirenei e Alpi, sente la prima vittoria a portata di mano. E questo malgrado i suoi effettivi si siano ridotti notevolmente.

Le perdite subite dall’attraversamento dei Pirenei, oltre agli aspri combattimenti con le tribù montane, alle malattie e alle evidenti difficoltà causate dal disagevole percorso seguìto, si aggirano intorno ai 10.000 uomini. Dunque, Annibale dispone ancora di 12.000 fanti libici, 8.000 fanti iberici e 6.000 cavalieri: un esercito quasi dimezzato rispetto a quello che aveva affrontato la traversata delle Alpi. Dei trentasette elefanti africani rimarrà in vita solamente Surus, il leggendario pachiderma di Annibale che sopravvisse al freddo alpino, ma che morì di malaria durante la discesa della penisola. Il Punico spera apertamente di trascinare dalla sua parte i riottosi Galli Insubri e Boi, che nelle settimane precedenti si erano ribellati a Roma dopo la deduzione delle due colonie latine, ma per conseguire questo scopo deve mostrare i muscoli. Invade il territorio dei Taurini, tribù ligure nemica degli Insubri, e s’impadronisce della loro capitale, Taurasia, massacrandone gli abitanti. La strage deve servire da avvertimento per Scipione, che, in attesa di Sempronio, sceglie di rimanere accampato sulla destra del Po con 22.000 fanti e 2.200 cavalieri.

Siamo alla fine di novembre. Annibale sta sulla riva sinistra del Po, Scipione su quella destra. Che cosa succede?

Annibale avanza verso la pianura, mentre Scipione lascia il campo per attraversare prima il Po all’altezza di Piacenza e poi il Ticino su un ponte di barche. Decide di andare in esplorazione offensiva con la fanteria e un drappello di cavalleria leggera, con lo scopo di impedire il congiungimento dei Cartaginesi con gli Insubri. Scipione schiera le truppe su due linee: la cavalleria gallica e i frombolieri davanti, la fanteria leggera e la cavalleria italica dietro. Annibale posiziona, in una sola linea, la cavalleria pesante al centro e la cavalleria leggera numidica guidata da Maàrbale ai lati. E proprio in Lomellina sperimenterà per la prima volta contro i Romani la nuova tattica militare: la rapida manovra avvolgente basata sull’accerchiamento del nemico. Lo scontro, seppur considerato poco più che una scaramuccia, è violentissimo e sarà risolto da una manovra a tenaglia dei temibili cavalieri numidi, che, sfruttando la superiorità numerica, riusciranno ad aver facilmente la meglio sui fianchi dello schieramento romano. Nel frattempo, la fanteria cartaginese, attaccando al centro, mette in fuga la fanteria leggera romana non più protetta dalla cavalleria sui fianchi. I cavalieri galli, al termine della battaglia, diserteranno in massa unendosi ad Annibale.

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