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  • Parte terza

guerre puniche

In quest’occasione Scipione rimane ferito e sarà salvato dal figlio di diciassette anni, il futuro Africano. L’episodio sarà esaltato nei secoli a venire da storici e artisti, con qualche voce fuori dal coro.

« Publio Cornelio Scipione, componente di una delle più antiche e illustri famiglie romane, la gens Cornelia, assurge per la prima volta agli onori della cronaca proprio sulla pianura lomellina. Il giovane Scipione acquisisce i primi rudimenti militari dal padre, console di Roma, che lo incarica di guidare il proprio squadrone di guardie del corpo. Si tratta di un reparto di cavalieri scelti chiamato a intervenire ogniqualvolta sia in pericolo la persona del console. Ed è quanto succede nella pugna apud Ticinum. Scipione senior, circondato dai nemici, rimane gravemente ferito a un braccio. Secondo il racconto dello storico greco romanizzato Polibio, il figlio del console esorta i suoi cavalieri a portargli soccorso, ma, poiché questi esitano per timore del soverchiante numero dei nemici, si lancia con coraggio nella mischia. Alla vista di questo gesto temerario, il reparto a cavallo si lancia al galoppo dietro Scipione junior mettendo in fuga gli avversari e salvando il padre-console.

Le cose, però, non sarebbero andate così secondo Lucio Celio Antipatro, autore di un’ampia monografia storica sulla seconda guerra punica di cui abbiamo scarsi frammenti. Lo storico latino, che per primo ruppe la tradizione annalistica e che fu considerato da Marco Tullio Cicerone l’unico scrittore di storiografia degno di nota a Roma, sostiene che sarebbe stato uno schiavo a salvare la vita del console. Si può presumere che Antipatro avesse avuto notizie di prima mano in virtù della sua amicizia con Gaio Sempronio Gracco, figlio di Cornelia e nipote dello stesso Africano.

Da questa battaglia persa, il futuro Africano trarrà una considerevole messe di preziose indicazioni che metterà a frutto negli anni a venire, fino alla vittoriosa e decisiva battaglia di Zama. Al Ticino la cavalleria numidica al comando di Maàrbale aveva messo in luce tutta la sua mobilità operativa. Così, sedici anni più tardi, a Zama, Scipione si alleerà con il re numida Massinissa, il quale gli fornirà un forte contingente di cavalleria, superiore per numero a quella cartaginese. La conseguenza sarà fatale per Annibale, che perderà l’elemento di superiorità tattica delle passate vittorie ».

L’eroe della giornata, destinato a un fulgido avvenire, sarà ricompensato?

« Il padre è il primo a salutare, in presenza di tutti, il figlio come suo salvatore. Poi ordina che gli si offra una corona civica, un’alta decorazione al valor militare spettante a chi abbia salvato la vita a un cittadino romano in battaglia. La corona civica, o corona di quercia (corona querquensis), realizzata in forma di serto di quercia, più anticamente di leccio o di ippocastano, era la seconda onorificenza militare in ordine di importanza dopo la corona obsidionalis. Questa onorificenza, una volta ottenuta, poteva essere sempre indossata. Il soldato decorato con la corona civica, che recava la scritta Ob civem servatum, in occasione degli spettacoli pubblici aveva un posto riservato vicino ai senatori, che dovevano alzarsi al suo ingresso.

Il futuro Africano, però, rifiuta l’onorificenza sostenendo che “quell’atto si ricompensa da sé”. Polibio, amico di Caio Lelio, a sua volta amico e braccio destro di Scipione, gli rende onore così: “Giunto quindi per tale suo atto coraggioso a riconosciuta fama di valore, in seguito non si espose in ogni occasione a ogni pericolo quando le speranze della patria erano riposte in lui; il che accade a chi non si affida solo alla sorte, ma a chi si comporta anche con senno e prudenza”. E sir Liddel Hart gli farà eco nel 1926: “Questo lato della personalità di Scipione può essere meglio apprezzato dalla nostra generazione, che ha avuto esperienza diretta della guerra, piuttosto che da quegli storici che non hanno mai messo il naso fuori dal loro studio. Agli occhi dei primi, infatti, il comandante supremo che ambisce a guidare una pattuglia gettandosi nella mischia e trascurando così i propri impegni di comando complessivo non è la figura eroica o ispirata che può apparire ai civili. D’altra parte, quei pochi individui – rari in qualsiasi esercito – che, senza amare il rischio per se stesso, sono pronti ad affrontarlo, è probabile che a questo punto siano sollecitati a ripensare all’ascendente acquistato sui loro uomini proprio grazie a un’impresa di questo genere, e come l’essersi esposti personalmente al pericolo sia stato utile al fine di adottare tutte quelle precauzioni che sono d’obbligo per l’ufficiale dal cui comando dipendono le vite di altri […] L’impresa così compiuta da Scipione, e la fama popolare che essa gli fruttò, inaugurarono sotto ottimi auspici la sua carriera militare e gli valsero rapidi avanzamenti. Infatti, meno di due anni più tardi, nel 216 a. C., Livio ce ne parla come di uno dei tribuni militari dai quali dipendeva la nomina dei quadri di comando delle legioni: questa carica conferiva a Scipione la qualità di ufficiale dello stato maggiore presso il comando della legione. Se si volesse cercare un equivalente nel nostro ordinamento, il grado più vicino sarebbe quello di capo di stato maggiore” ».

Come opera Scipione, che dopo la sconfitta sta ancora attendendo il collega Sempronio?

« Le sue legioni ripiegano in fretta e furia verso il campo utilizzando il ponte di barche sul Ticino, che sarà distrutto per bloccare l’avanzata del nemico. Poi passano il Po e si rifugiano a Piacenza; in un secondo tempo, ripiegano a sud e pongono il nuovo accampamento sulla sponda destra del Trebbia a ridosso degli Appennini, nei pressi di Ancarano. È necessario attendere l’arrivo di Sempronio e dei rinforzi, che giungono intorno alla fine di dicembre proprio mentre Annibale pone il campo ad appena sei miglia dall’altra sponda del fiume. Una battaglia campale è imminente ».

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