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  • Parte quarta

E qui il nostro interesse si ferma perché ci troviamo già nell’attuale provincia di Piacenza. Ora dobbiamo capire dove si svolse la battaglia del Ticino. Mi pare che negli ultimi due secoli si siano accavallate le teorie più disparate e contraddittorie. Ogni storico o studioso di storia locale pretendeva, come segno di incondizionato e imperituro prestigio, che il primo scontro della seconda guerra punica si fosse combattuto sul territorio del proprio paese. Da dove iniziamo?

legio

Dal 1824 e da un abbaglio. Giovan Battista Giani dedica a don Ambrogio Uboldo, nobile di Villareggio e consigliere straordinario della Regia Accademia di Belle Arti di Milano, il libro Battaglia del Ticino tra Annibale e Scipione ossia Scoperta del campo di P. C. Scipione, delle vestigia del ponte sul Ticino, del sito della battaglia e delle tombe de’ Romani e de’ Galli in essa periti. Siamo di fronte allo scopritore della Cultura di Golasecca, paese del Varesotto all’uscita del Ticino dal lago Maggiore in cui l’abate Giani era nato nel 1788. Nel libro edito dall’Imperiale Regia Stamperia identifica per primo i resti delle necropoli protoceltiche fra Golasecca e Castelletto sopra Ticino, e illustra la scoperta di una cinquantina di tombe presso le colline che definisce, non a caso, “Corneliane”. In questo testo del 1824 individua i reperti come testimonianza della pugna apud Ticinum, ma nel 1871 questi materiali archeologici saranno collocati da Pompeo Castelfranco, il maggiore studioso di archeologia preistorica e protostorica della Lombardia fra gli inizi dell’ultimo quarto del xix secolo e la Prima guerra mondiale, all’Età del ferro, cioè attorno all’viii secolo a. C. e dunque nell’ambito di culture dell’Italia preromana.

Quindi la zona dell’alto-medio corso del Ticino è da scartare. Nei decenni a venire diversi autori sceglieranno le località più disparate: un corposo elenco si trova nel testo di don Peppino Giarda sulla storia di Cassolnovo, suo paese natale.

Si ha solamente l’imbarazzo della scelta. Guido Ferrari e il Campana sono per Somma Lombardo, mentre Montanari pone il campo d’Annibale nei pressi di Motta Visconti e la battaglia nei dintorni di Bereguardo; Jacopo Durandi colloca la battaglia fra il Po e il Sesia, e Pareti tra il Ticino e il Sesia, presso Vercelli. Il novarese Antonio Rusconi pone il campo di Annibale a Cassolo Vecchio e la battaglia a cascina Inglesa, tra Cerano e Galliate, nel Novarese, Atto Vannucci e Giambelli sono per la zona di Pavia, il vercellese Carlo Dionisotti per Mortara e Poggiali per un luogo tra Pavia e Mortara. Dall’estero portano un contributo Joseph Rogniat, Félix de Beaujour, Eugene Hennebert, autore di una Storia di Annibale (1870), De Luc e Maissiat, tutti citati da Alessandro Colombo nello studio del 1921 La battaglia al Ticino e le vicende d’un municipio romano.

In anni più vicini a noi Frediani sostiene che i due contingenti di cavalleria siano venuti a contatto nei pressi di Lomello, a circa trenta chilometri dal Ticino. Questa collocazione lo facilita anche nell’individuazione del punto in cui Annibale, dopo lo scontro, avrebbe traversato il Po: Cambiò, porto natante a sud di Lomello attivo fino a circa un secolo fa.

Arriviamo agli storici lomellini e pavesi: anche in questo caso le ipotesi si rincorrono. Due studiosi di Garlasco, a distanza di un secolo l’uno dall’altro, fanno pendere la bilancia verso il loro paese: si tratta di Enrico Pollini e di Giacomo Re.

Secondo Pollini, capitano dei Bersaglieri durante le guerre d’Indipendenza, Scipione sarebbe passato sulla destra del Ticino non lontano da Cassolo. Da parte sua, Annibale avrebbe posto l’accampamento a Dorno, centro posto sull’arteria stradale che portava da Pavia nella Gallia Transalpina. Si tratta di quella che, soprattutto in epoca imperiale, sarà la via di comunicazione principale fra Pavia, Torino e i passi delle Alpi Cozie. In Lomellina toccava Dorno (la mutatio di Duriæ, luogo di sosta per il cambio dei cavalli), Lomello (la mansio, stazione di posta, di Laumellum) e Cozzo (Cuttiæ). Da qui il percorso si biforcava nelle direzioni di Vercelli e di Aosta (Augusta Prætoria), e di Torino (Augusta Taurinorum). Il generale fenicio avrebbe poi risalito il Ticino per trovare il contatto con le legioni di Scipione, accampate più a nord. Le armi romane e cartaginesi si sarebbero incrociate nella zona di Antona, toponimo derivato secondo alcuni dal liviano a [vico] tumulis, secondo altri dal celtico ham thon, cioè villaggio sulla riva. Nel 1938 diversi scavi archeologici porteranno alla luce anfore, piccole urne cinerarie e suppellettili vasarie risalenti in parte all’epoca gallica e in parte a quella romana. In questo luogo, probabilmente un vicus da cui partiva la strada militare diretta al fiume, sono state rinvenute anche diverse monete imperiali del iv secolo d. C. La comunità di Garlasco ha sempre considerato sacro il luogo leggendario di Antona tanto da dedicargli, già nel xvi secolo, la via interna che sbuca in località Sort, sulla costa del Ticino. Ma Pollini, tutto sommato, vuole andarci con i piedi di piombo: “In tanta lontananza di tempi e oscurità di testi, è prudente però il solo farne cenno”.

Il maestro Giacomo Re cita Lucio Anneo Floro, epitomatore latino autore di un’esposizione in due libri delle guerre esterne e delle discordie interne di Roma da Romolo a Ottaviano Augusto (Bellorum omnium annorum septingentorum libri duo o Epitome de Tito Livio), databile alla prima metà del ii secolo d. C., di chiaro intento celebrativo e in stile retorico. Fonte principale è Livio, ma sono utilizzati anche altri autori, come Sallustio e Giulio Cesare, talvolta per contraddire lo stesso Livio. Floro scrive che lo scroscio del fulmine di Annibale rintronò formidabile e fragoroso fra il Po e il Ticino: “Detonuit valido statim fragore inter Padum et Ticinum”. Va da sé che nessuno dei paesi del Novarese o del Vercellese, tantomeno nessuna delle terre sparse a sinistra del Ticino, si possono dire collocate inter Padum et Ticinum. Re, a sua volta, convalida la presenza di Antona, luogo della necropoli gallica e del successivo stanziamento romano nella zona fra Garlasco, la frazione Bozzola, la cascina Baraggia e la costa che scende verso il Ticino. 

Un altro degli autori più competenti del xix secolo, don Carlo Calvi, privilegia la “teoria vigevanese”.

A conferma dell’incertezza in cui hanno navigato decine di studiosi, il sacerdote nato a Palestro nel 1812 scrive: “Intorno al luogo preciso della battaglia mancano gli indizi certi o positivi negli storici, ma penso che non si allontani dal vero chi stima ch’essa [la battaglia, nda] sia stata combattuta nelle vicinanze di Vigevano o nelle vaste e aperte pianure di Gambolò, Borgo San Siro, Tromello”. Il sacerdote ricorda il passo di Tito Livio in cui è citato il ponte gettato sul Ticino e da cui emergerebbe anche il nome latino di Vigevano, Vicus Lævorum: “Ponte perfecto, traductus Romanus exercitus in agrum Insubrium, quinque milia passuum a vico tumulis consedit. Ibi Hannibal castra habebat”. Dunque, secondo don Calvi, le legioni di Scipione si sarebbero accampate nei pressi di Vigevano o quanto meno alla distanza di cinque miglia. Il villaggio (vicus) nei pressi del Ticino sarebbe stato circondato da alture (tumuli) e ciò corrisponderebbe alla conformazione morfologica della Lomellina di 2.000 anni fa, dove la pianura non era uniforme come appare oggi, ma intervallata molto spesso da rialzi di terra e da collinette. Insomma, era tüta val e dos, come dicevano i nostri nonni. L’unico dubbio potrebbe essere suscitato dalla popolazione citata dallo storico patavino. La Lomellina era abitata dai Levi, tribù di stirpe ligure, e non dagli Insubri, stanziati sulla sponda sinistra del Ticino. Ma don Calvi, così come i pavesi Siro Severino Capsoni e Giuseppe Robolini, reputa ininfluente questo dettaglio: “Essendo Vigevano tanto vicino a Milano poteva facilmente essere tolto per una terra insubre”. E poi chi ci garantisce che Tito Livio abbia mai calcato il suolo lomellino per accertarsi dell’identità dei suoi abitanti?

A seguire, prima di chiudere il paragrafo relativo alla pugna apud Ticinum, Calvi trova il tempo di contraddire lo storico vigevanese Pietro Giorgio Biffignandi Buccella, secondo cui l’accampamento di Annibale si sarebbe trovato nei pressi di Cassolo Vecchio. Addirittura, queste vestigia sarebbero state visibili ancora alla prima metà del xvi secolo: la testimonianza è di Gaudenzio Mèrula, medico e storico nato a Borgo Lavezzaro nel 1500, autore nel 1536 del volume De Gallorum Cisalpinorum antiquitate ac origine. Secondo don Calvi, però, il campo fortificato non sarebbe da attribuire ad Annibale, ma al conte Guido di Biandrate, che assediò Cassolo nel XII secolo.

Per fare “chiarezza” in questo ginepraio, citiamo altri storici. Nel Settecento Capsoni pone il campo di Annibale a Gambolò e la battaglia a Cassolo Vecchio. Mèrula, padre Portalupi, il vigevanese Luigi Barni e Galileo Barucci, autore nel 1909 del volume Il castello di Vigevano nella storia e nell’arte, ritengono che il castrum di Annibale sia a Cassolo Vecchio e la battaglia si svolga tra Cassolo Vecchio e Vigevano. Addirittura nell’Ottocento Enrico Tessera suppone che la battaglia al Ticino sia stata combattuta nei pressi di Mortara: la distanza di circa cinque miglia da Vigevano corrisponderebbe a una parte del percorso attuale tra le due città.

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