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  • Quinta e ultima parte

Don Calvi scrive alla metà del XIX secolo, ma il suo lavoro uscirà postumo nel 1874, sei anni dopo la morte. Nel 1881 un altro sacerdote, il vigevanese Antonio Colli, dà alle stampe Ricerche storiche sulla Lomellina, in cui fa rilevare una presunta discrepanza nel testo liviano.

Veduta aerea di Lomello

Veduta aerea di Lomello (foto di Flavio Chiesa)

In un’edizione del XXI libro dello storico patavino si legge, appunto, a vico tumulis, ma don Colli cita una seconda versione, in cui Scipione si fermò a 5.000 passi non dal piccolo villaggio nei pressi del Ticino, ma dai victumulis in cui il comandante cartaginese aveva posto gli accampamenti. Sarebbe indispensabile, dunque, risalire alle esatte parole utilizzate da Tito Livio, il cui racconto andrebbe comunque confrontato con la conformazione morfologica dei luoghi, con le strade allora utilizzate e con le etimologie dei toponimi. Don Colli cita le edizioni della storia Ab urbe condita di Venezia del 1683 e di Torino del 1750 – quest’ultima presa in esame dal Robolini – da cui prevarrebbe l’ipotesi della battaglia fra Garlasco, Tromello e Gambolò. “Il vico cui da Tito Livio si accenna dovrebbe essere Vigevano, che corrisponde appunto nella sua denominazione a questa parola Vicus Lævorum, donde è derivato il nome di Viclevo o Vigevano”, precisa don Colli. E i tre paesi lomellini presunto teatro dello scontro sono situati all’incirca a 5.000 passi a sud di Vigevano. Non ci dilunghiamo, invece, sulla tesi riportata dal sacerdote, ma già esposta dal Pollini: che la località in questione possa essere stata appunto quell’ad tumulis di Tito Livio, che fu poi corretta in Antona, ragguardevole abitato e forse città.
Da ultimo, una curiosità, destinata comunque a rimanere tale. Don Colli si rifà a una carta corografica del Rusconi, inserita nel volume Gli Ictimoli e i Bessi, per alimentare le indiscrezioni su un fantomatico borgo di Maàrbale, che prende il nome dal comandante di cavalleria numida agli ordini del Cartaginese. Rusconi lo colloca fra Cergnago e San Giorgio Lomellina, in riva al torrente Arbogna. Leggenda o verità?

La teoria della battaglia combattuta sulla riva destra del Ticino è difesa da due storici della città ducale: Biffignandi Buccella (1751-1806), autore delle Memorie istoriche della città di Vigevano e del suo contado, e Colombo.

A detta dello storico settecentesco, Scipione traghetta il Po a breve distanza da Pavia. Poi “costeggiando lungo il Ticino nell’opposta sponda dalla parte di Morimondo fece ivi fabbricare prestamente un ponte sul fiume, per dove fece passare le sue truppe nella pianura di Vigevano”. Inoltre, gli abitanti della Lomellina, se non opponessero difesa a oltranza all’invasore nel castrum di Vigevano, già edificato dai Romani, sarebbero vittime del ferro cartaginese. Dopo la vittoria romana a Casteggio, la tribù dei Levi Liguri avrebbero cercato l’alleanza con Roma. E dopo la vittoria contro il Punico, secondo il Capsoni e il Biffignandi Buccella, i Levi godranno di particolari immunità e privilegi per via della costante fedeltà dimostrata al Senato di Roma.
Nel 1921 il vigevanese Colombo, storico e insegnante nato nel 1873 e morto nel 1935, porta un contributo non indifferente alla soluzione della vexata quæstio. “Le ipotesi sul luogo della battaglia comunemente detta al Ticino si possono in ultima analisi ridurre a due: quella che la pone sulla riva destra del fiume e quella che la trasporta sulla riva sinistra – scrive. – La grande maggioranza dei critici è, come naturale, per la prima: ma essi poi non vanno tra loro d’accordo sulla posizione precisa, la quale pertanto varia da Vercelli a Novara, da Vigevano a Lomello e a Pavia”. La tesi che vorrebbe la battaglia essersi svolta sulla riva sinistra non può essere accettata in alcun modo per la semplice ragione che Polibio non fa passare il Ticino ad Annibale. Lo stesso Livio stesso afferma che Scipione varcò il Ticino prima della battaglia e lo ripassò nella notte successiva alla sconfitta. “Conviene quindi fermare l’attenzione sul triangolo Novara-Lomello-Pavia, nella cui parte mediana si trova il territorio di Vigevano, o, meglio, dell’antica Viccolumnae [Viginti Columnæ, nda] – aggiunge. – È ovvio, infatti, che se questa battaglia non fosse avvenuta nei pressi del fiume Ticino, il Sesia o presso la Dora, non avrebbe dovuto essere chiamata del Ticino, ma del Sesia oppure della Dora”.

Per ultimo, e non a caso, abbiamo lasciato la riflessione sulla posizione presa dal mortarese Francesco Pezza, uno dei giganti della storiografia lomellina, medico e cultore di storia locale morto nel 1956 all’età di 83 anni. Nel 1957 esce postumo Alla scoperta dell’annibalico Vico Tumulis, libretto di ventitré pagine terminato il 1° gennaio 1956. Da dove parte e a quale conclusione, del tutto originale, arriva?

Pezza inizia entrando a gamba tesa: “Molteplici, ma quasi tutte arbitrarie e fantasiose sono riuscite finora le congetture avanzate per risolvere e svelare l’enigma geografico rappresentato dal binomio liviano Vico Tumulis”. L’“acrobazia geografica” di molti studiosi poggia sull’interpretazione fornita alle parole utilizzate da Tito Livio. Vico Tumulis, secondo Pezza, non sarebbe che “una semplice espressione comune generica, intesa a designare la caratteristica del terreno slivellato a dossi o monticoli”. Dunque, le ipotesi più o meno inverosimili si sprecano. Addirittura, Petrarca, scrivendo nel 1363 da Pavia all’amico Boccaccio, afferma: “Veduto avresti il luogo dove il fiero cartaginese riportò sui nostri la prima vittoria”. L’ipotesi di Pavia è suffragata anche dallo storico e filosofo razionalista Luigi Stefanoni (1842-1905), dal filologo Carlo Giambelli, dal pavese Giovanni Vidari e dal francese Frédéric François Guillaume de Vaudoncourt. Per Vigevano si schierano invece i già citati Biffignandi, don Colli, don Calvi e perfino un pavese, il Robolini.
Ma l’assurdità più bizzarra, a detta del Pezza, è attribuita all’erudito francese Federico Andrea Stroth di Gota, vissuto nella seconda metà del Settecento. Fu il primo a utilizzare la grafia Victumulis, “variante cervellotica, ispirata certamente dall’accidentale nozione dell’esistenza di un Castellum Victumuli nel Biellese”. Nelle prime pagine della sua ricerca Pezza ne ha anche per Christian Matthias Theodor Mommsen (1817-1903), considerato il più grande classicista del xix secolo, la cui Storia di Roma è ancora oggi di fondamentale importanza nella ricerca contemporanea. Dapprima, lo storico danese-tedesco individua il luogo dello scontro intorno a Vercelli, poi passa alla confluenza del Sesia nel Po, fra Breme e Candia Lomellina, per poi concludere a Carbonara al Ticino, a 5.000 passi dal posto indicato da Tito Livio.
Da respingere anche le malsane ipotesi secondo cui lo scontro sarebbe avvenuto sulla sponda sinistra del Ticino, territorio degli Insubri: chi lo vuole a Golasecca, chi a Somma Lombardo, chi a Bereguardo e chi a Cascine Calderari, frazione di Certosa di Pavia. In conclusione, lo storico di Mortara esclude i Vittumuli, “detronizzati senza scampo possibile dai codici liviani più antichi”. La parola unica postulata da molti è smentita dalla grafia pliniana, “inalterata e inalterabile”, di Vico Tumulis.
Poi sceglie di individuare l’esatto itinerario utilizzato da Annibale per avvicinarsi al Ticino e alle legioni di Scipione, in cerca del primo, agognato scontro sul campo. In sintesi, i Cartaginesi avrebbero evitato zone impervie e fuori mano, incapaci di garantire grandi possibilità di rifornimenti alimentari, preferendo al contrario tracciati situati lungo centri abitati. Questo vitale requisito è offerto da una strada già sfruttata dai Galli che avevano invaso la Penisola alla fine del v secolo, quelli che, per intenderci, sconfissero i Romani sull’Allia nel 396, misero Roma a ferro e a fuoco, e furono messi in fuga, secondo la tradizione, da Marco Furio Camillo. Si parla del tracciato che da Torino arriva a Cozzo, a Lomello, a Dorno e a Pavia, il cui ultimo tratto Gropello Cairoli-Pavia sarà inserito nella medievale Strada Romea o Via Francisca (Francigena). Nei pressi di questa antica pista, dunque, si sarebbe svolta la prima battaglia della seconda guerra punica. Pezza, a conferma di questa tesi, cita il pavese Plinio Vaccari, il romano Gaetano De Sanctis, Aristide Calderini e Pericle Ducati (scontro presso Lomello), e il vogherese Mario Baratta (presso Dorno). Forte di questa convinzione, Pezza invita a essere “fidenti nella luce nuova di un Tumulis logicamente elevato a nome proprio del vico. E con questo viatico in testa forse faremo fortuna”.
Nel dettaglio, Scipione, dopo aver passato il torrente Erbognone, si sarebbe spinto nella zona fra Ottobiano e Ferrera Erbognone, mentre da occidente Annibale avrebbe passato il Sesia nei pressi di Caresana per sbucare nella campagna fra Langosco e Rosasco, e arrivare a Cozzo, a Lomello e a Ottobiano. E qui arriva il primo colpo di scena. Lo storico di Mortara cita l’atto di vendita di un fondo campestre, datato 24 febbraio 1372 e firmato dal parroco di San Giorgio di Lomellina: una delle coerenze del terreno è la Via Papiensis, che deve corrispondere a un segmento del tracciato ligure-annibalico, poi “ufficializzato” in epoca imperiale. Pezza, inoltre, svela la presenza del convento campestre di San Maurizio, dipendente dalla chiesa di Santa Maria Maggiore di Lomello, che fungeva da centro di ristoro e di ospitalità per i pellegrini lungo il tracciato romano poi noto come Via Francisca. “Ma una parrocchia rurale presuppone un proprio nucleo demografico e il nucleo presuppone un proprio nome,” aggiunge.
Ed ecco il secondo colpo di scena. Spunta il borgo di Monticello, inserito nel Comitato di Lomello e scomparso nel corso del basso Medio Evo: il suo territorio comunale, che giungeva a toccare la sponda sinistra dell’Agogna, avrebbe compreso anche cascina Brella, a metà strada fra San Giorgio di Lomellina e Lomello, tutt’oggi collegata alla regione campestre San Maurizio mediante una strada vicinale. Secondo padre Francesco Pianzola, citato da Pezza, Monticello sarà abbandonato dai monaci e, sul finire del xv secolo, assorbito dall’espansione di San Giorgio, il cui castello garantisce maggiori protezioni agli abitanti. Di Monticello non rimarrà che la chiesa di San Maurizio, divenuta cadente a tal punto che nel 1583 deve essere abbattuta per ordine del vescovo di Pavia. Di suo, Pezza ricorda che nel 1865 furono scoperte numerose tombe galliche lungo l’Arbogna, “un segmento della lunga scia sepolcrale che si stendeva da Cergnago a San Giorgio e Ottobiano”.
E Pezza, alla ventiduesima delle ventitré pagine, fornisce la propria interpretazione del liviano tumulis: il toponimo sangiorgese potrebbe indicare sia un dosso o un terrapieno, sia un sepolcro elevato rispetto al piano campagna a fregio delle pubbliche vie. “A bandiere spiegate rivendico perciò l’esattezza classica storica e invariabile del liviano binomio Vico Tumulis,” dove si sarebbe accampato Annibale. E l’“ippomachia” si sarebbe svolta a circa due chilometri a mezzo a est di Valeggio, nei pressi della cascina Tessèra, a pochi passi dalla Strada Romea e quinque milia passum a vico tumulis. “Problema storico, enigma geografico, dico io, centrato, risolto, concluso!”. »

Dopo aver ascoltato la granitica fiducia del Pezza nei propri mezzi investigativi e il quadro generale, vorremmo conoscere la sua opinione, professore. Chi potrebbe aver ragione fra questa fiumana di storici di professione, studiosi e amanti del passato? Oppure non ha ragione nessuno perché in medio stat virtus?

Inizio con il confessarvi che a me fa difetto l’inossidabile certezza di Pezza per via della scarsità e dell’inevitabile approssimazione di fonti primarie prodotte duemila anni fa. In ogni caso, è nostro dovere arrivare a una conclusione, possibilmente supportata dai fatti. Dopo l’avventurosa traversata delle Alpi, i Cartaginesi hanno fretta di congiungersi con i Galli Insubri, il primo alleato sicuro che avrebbe incontrato sulla loro strada. E qui sorge la prima domanda per fare chiarezza: da chi era abitata la Lomellina alla fine del iii secolo? Da una tribù di stirpe ligure, i Levi, mischiata ai Galli (Celti) giunti da oltralpe nel vi secolo. Manfredi sostiene che i Liguri, attestati intorno al 2000 a. C. nei territori del Nord Italia e nella Francia meridionale tradizionalmente posti tra le foci del Rodano e dell’Arno, fossero “in qualche modo molto affini ai Celti sia per la contiguità geografica, sia per più lontane, comuni ascendenze”.
All’epoca dell’invasione di Annibale la distinzione di natura etnica è valida a metà. È vero che Tito Livio, nel v libro della storia Ab urbe condita, parla della antiquam gentem Lævos Ligures incolentes circa Ticinum amnem, un’antica stirpe insediata nei pressi del fiume Ticino, ma nel xxi libro sostiene che la riva destra del Ticino è abitata dagli Insubri (traductus Romanus exercitus in agrum Insubrium). Dunque, dobbiamo arrivare alla conclusione che nella Lomellina di 2.200 anni fa si trovano stanziamenti sia liguri sia insubri, questi ultimi quasi certamente preponderanti nella parte verso il Ticino. Si spiega solamente così il passaggio liviano relativo alla costruzione del ponte sul Ticino, in cui si cita la presenza di Insubri. In linea generale, i Liguri avevano adottato la scelta di contrastare l’avanzata cartaginese: motivo per cui il generale punico distrugge la capitale dei Taurini in tre giorni e si dirige verso la riva destra del Ticino per congiungersi con i Galli Insubri, di cui si era già assicurato l’alleanza.
Secondo la storia romanzata di Granzotto, Annibale procede verso Casale Monferrato, passa il Sesia e arriva a Mortara, dove incontra gli Insubri: i nuovi alleati lo informano che due legioni, partite da qualche giorno da Piacenza al comando di Scipione, sono in marcia verso di lui. Il generale, mentre i nemici sono occupati a passare sulla sponda sinistra del Po, manda Maàrbale con un’ala della cavalleria numidica a distruggere i campi degli alleati del popolo romano, ma comanda di rispettare quanto più possibile i Galli [Pœnus hostibus opere occupatis Mahàrbalem cum ala Numidarum, equitibus quingentis, ad depopulandos sociorum populi Romani agros mittit; Gallis parci quam maxime iubet]. È così assodato che questi socii populi Romani sono i Levi Liguri, etnia distinta dai Galli Insubri.

Arriviamo ora alla necessità di individuare il punto più o meno esatto della battaglia, che Annibale vuole sollecita, breve e decisiva. Ma anche Scipione ha fretta poiché è stato informato dai fuggiaschi taurini che i Cartaginesi sono pochi e stanchi. Vuole incontrarli prima che si riprendano dalle fatiche della grande marcia.

Annibale non ha ancora attraversato il Po, in attesa di giudicare meglio la situazione. Sa che sulla riva destra, a sud, i Romani hanno messo di scorta una guarnigione a Casteggio, dove era stato allestito un grande deposito di viveri, e un’altra a Tanneto, nei pressi di Parma. Nel frattempo, Scipione è uscito da Piacenza portandosi sulla riva sinistra del Po e si accampa presso il Ticino per costruirvi un ponte. A questo punto, è facile ipotizzare che Scipione abbia scelto un punto poco distante da Pavia per far passare l’esercito sulla riva destra. La città situata poco distante dalla confluenza con il Po, secondo Plinio il Vecchio, fu fondata dalle tribù liguri dei Levi e dei Marici, che, in virtù dell’alleanza con il Senato, non avrebbero contrastato l’azione di un console deciso ad attraversare il loro territorio. In quest’ottica va rilevato che l’insediamento di Ticinum avrebbe assunto importanza solamente qualche anno più tardi, nel 187 a. C., grazie a un’estensione della Via Emilia, che in origine partiva da Rimini fermandosi a Piacenza. Ed è verosimile che, in qualche modo, a favore di Pavia abbia pesato la collaborazione politica e operativa fornita trentun anni prima a Cornelio Scipione.
È mia opinione, dunque, che Scipione sia entrato in Lomellina fra Pavia e la confluenza del Ticino nel Po. Per quale motivo il console, bramoso di ingaggiare quanto prima battaglia con l’invasore punico, avrebbe dovuto risalire il fiume lungo la riva sinistra? Arrivando da Piacenza l’attraversamento del Ticino nell’attuale Siccomario gli garantisce l’accesso più rapido in Lomellina, dove Annibale sta rafforzando l’alleanza con gli Insubri. Arrivo a questa conclusione anche riflettendo sulla rete viaria e sulla conformazione morfologica della Lomellina. A differenza dei territori sulla riva sinistra del Ticino, cioè l’attuale Pavese, la vasta area fra Po, Ticino e Sesia presentava frequenti ingobbamenti del terreno, detti dossi, alcuni dei quali sono visibili ancora oggi, malgrado le intense operazioni di livellamento del terreno per fare spazio alle risaie, lungo la strada Cergnago-Tromello e nei pressi di Remondò, di Parona e di Scaldasole. Nel iii secolo prima di Cristo queste collinette, sabbiose e boscose, che s’intervallano a conche umide, sono così preponderanti che anche la rete viaria ne risente in modo considerevole. Nonostante siano ancora di là da venire le costruzioni delle grandi arterie della fine della Repubblica e dei primi secoli dell’Impero, quando la Lomellina diventerà definitivamente strategica all’interno dell’asse stradale romano, nell’Italia preromana esistono piste più o meno consolidatesi nei secoli e sentieri erbosi, pietrosi o in terra battuta, sempre a fondo naturale, originatisi dal passaggio e dal calpestio degli armenti diretti dalla pianura ai pascoli montani e viceversa. È dunque da ritenere che molte delle future strade romane siano state ricavate da percorsi preesistenti, utilizzati solamente con funzioni commerciali.
Già all’epoca dell’invasione punica, quindi, sarebbe stata già percorribile l’“antenata” della Pavia-Dorno-Lomello-Cozzo, che nei secoli a venire sarà detta Strada Regina (o Regia), Strada Pavese o Strada Romea. Il tracciato non presenta ancora la massicciata e la lastricatura in pietra tipiche delle arterie consolari, ma da Pavia è comunque la pista rettilinea più breve verso le Gallie, che lascia ai lati dossi e avallamenti, e traversa i torrenti Terdoppio, Arbogna-Erbognone e Agogna. Proprio da Pavia, dall’attuale quartiere di Borgo Ticino collocato sulla riva destra del fiume, la strada si dipana verso l’agro lomellino: secondo la ricostruzione del Pezza, tocca la località Sabbione per poi arrivare a Carbonara al Ticino e a Dorno. Ed è opportuno ricordare che, nei primi secoli dell’era cristiana, i pellegrini procederanno da Carbonara verso Gropello Cairoli, Garlasco, Tromello e Mortara lungo la Via Francigena, che è sinonimo di Strada Regina per un breve tratto a ridosso di Pavia.
Quindi una prima certezza, non basata su testi e documenti storici, ma solo sul buon senso. Fra le attuali Vigevano e Pavia non risulta che, due secoli prima di Cristo, esistesse un percorso che dal Ticino porta dritto verso le Gallie. Scipione va incontro ad Annibale lungo la Strada Regina: l’unica, a quanto ne sappiamo, praticabile e su cui far marciare i legionari e correre i cavalli.

I due nemici, molto più vicini di quel che ciascuno crede, stanno per incontrarsi. A questo punto dobbiamo dirimere gli ultimi enigmi: dove si sono accampati i due eserciti e dove si svolge la battaglia?

In quel giorno di dicembre, Cartaginesi e Romani oltrepassano Sesia e Ticino nelle prime ore del mattino. La sera si trovano accampati a poco più di sette chilometri di distanza uno dall’altro. Ma dove? Iniziamo a esaminare con attenzione il testo liviano e la sua costruzione della frase. Molti storici ritengono che l’esercito romano si sia acquartierato a 5.000 passi da un luogo denominato Victumule, ma se andiamo a rileggere la versione più comune del testo liviano notiamo che Scipione quinque milia passuum a vico tumulis consedit. Cioè il console si accampa su alcune alture, considerato che il verbo intransitivo considere può reggere anche il solo ablativo, in questo caso il plurale tumulis. Queste collinette distano cinque miglia da un villaggio senza nome, dove si trovano i castra di Annibale. Il passus era la misura di lunghezza in vigore nel mondo latino, che rappresentava la millesima parte del miglio e che corrisponde a 1,479 metri: di conseguenza, gli eserciti si fronteggiano a circa 7.395 metri. A mio avviso, Scipione si accampa ai lati della pista che di lì a pochi secoli diventerà la Strada Regina nella campagna fra gli attuali centri abitati di Scaldasole e di Valeggio, dove, ancora oggi, è attestata la presenza di lievi alture all’interno della riserva naturale “Boschetto di Scaldasole”. A pochi passi doveva già essere presente il primigenio agglomerato di Valeggio, area in cui i primi insediamenti umani si verificano già nella tarda età del bronzo, intorno al 1.200 a. C., come attestano i numerosi, ricchi reperti archeologici rinvenuti in zona. Ed è significativa la scoperta della necropoli di Valeggio formata da 207 tombe romane, avvenuta negli anni Settanta del secolo scorso attorno alla cascina Tessèra. Inoltre, gioca a nostro favore anche l’etimologia del toponimo Valeggio: alcuni lo fanno derivare dalla voce latina Valligium o Vallicula, piccola valle, a testimonianza dei numerosi dossi presenti in zona; altri, come Francesco Moro, dalla voce gallica wal hegge, cinta di mura, fortificazione (ma non è da escludere il latino vallum, palizzata).
È da scartare, a mio avviso, l’ipotesi della presenza di un centro abitato di modeste dimensioni denominato Victumule proprio perché Tito Livio utilizza due termini separati, di cui uno (vico) retto dalla preposizione a e il secondo dal verbo considĕre. Molti autori locali indicano in Vigevano il villaggio sul promontorio citato da Livio in forza dell’etimologia Vicus Lævorum, da cui sarebbe disceso il toponimo Vigevano. In realtà, come ricorda Rolando Di Bari, la prima citazione dell’abitato vigevanese è inserita in un documento dell’816, mille anni dopo la battaglia, in cui appare il nome Vicogena. È il toponimo che si avvicina di più al longobardo Vicogebuin.
Invece, il vicus di liviana memoria potrebbe essere costituito da Lomello, luogo situato in posizione strategica lungo l’antica pista delle Gallie e a ridosso dell’Agogna. Il villaggio doveva occupare la zona più elevata e protetta, scelta in virtù dell’elevazione naturale del terreno. Non appare opportuno retrodatare la presenza di una mansio all’epoca annibalica, poiché un luogo di sosta e di accoglienza si sarebbe stabilizzato solamente fra il ii e il i secolo a. C., dopo la definitiva conquista romana della Gallia Cisalpina. Comunque, l’agglomerato di Lomello doveva godere di un certo prestigio già all’epoca dei Levi Liguri, che l’avrebbero fondato impiegando il toponimo mell, cintura, collare (per metafora, borgo costruito ad anello o addirittura cinto da mura circolari), da cui il latino Lævorum mellum (poi Laumellum). Il dosso ad andamento ellittico, come appare distintamente dalle fotografie aeree, emerge quattro o cinque metri dalla pianura circostante.
Dunque, possiamo congetturare che il generale punico, disceso in Lomellina da Cozzo, abbia scelto di accamparsi sulla riva destra dell’Agogna in attesa di Scipione. Se prendiamo per buona l’ipotesi che i due nemici abbiano traghettato Sesia e Ticino più o meno nelle stesse ore, l’area su cui si fronteggiano è quella racchiusa fra i torrenti Agogna ed Erbognone, al centro della Lomellina meridionale. E la distanza in linea d’aria fra Valeggio e Lomello è proprio di circa sette chilometri, ossia cinque miglia. Dopo che i genieri dei due eserciti hanno gettato i ponti sull’Agogna e, di dimensioni più ridotte, sull’Erbognone, le due cavallerie sarebbero venute a contatto nel quadrilatero fra le attuali Ottobiano, Valeggio, Ferrera Erbognone e Lomello. In verità, l’area è quella del Monticello di Pezza, ma non mi sento di asseverare questa ipotesi nello specifico poiché all’epoca l’intera zona è ricoperta da tumuli.
Questa la mia tesi sulla collocazione geografica del vicus liviano e della battaglia fra le cavallerie, corroborata dal fatto che molti autori indicano in Cambiò, oggi frazione di Gambarana posta circa dieci chilometri a sud di Lomello, il punto in cui Annibale sposterà le truppe dalla riva sinistra a quella destra del Po. Dal canto suo, Scipione fa ripassare il Ticino alle legioni romane, lasciando un distaccamento con l’incarico di distruggere il ponte, per dirigersi a Stradella. Ma qui siamo già in Oltrepò…

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