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latIl latino, la lingua perfetta per comunicare su Twitter. La brevità dell’idioma di Cicerone funziona benissimo. Lo sa bene qualunque traduttore: i romani esprimevano il maximum dei concetti ricorrendo al minimum delle parole. Anche se un display non potrà mai riprodurre i suoi mutevoli e profondi livelli di significato.

  • di Ivano Dionigi, Magnifico Rettore dell’Alma Mater Studiorum di Bologna dal 2009 al 2015 e oggi presidente della Pontificia Accademia di Latinità, fondata nel 2012
  • dal quotidiano la Repubblica, lunedì 22 dicembre 2014

Paradossale, ma innegabile: la lingua latina – proprio a causa della sua brevitas, vale a dire del suo stile lapidario e conciso, spezzato ed essenziale – si rivela particolarmente adatta al moderno linguaggio della comunicazione, incentrato sulla semplificazione, sulla battuta, sullo slogan. Da questo punto di vista il latino trova in Twitter un veicolo congeniale, un alleato fedele, una applicazione felice. Questo avviene perché il latino è lingua sintetica e non analitica, grazie al sistema della declinazione e alla possibilità di sottintendere lo stesso verbo. Questa natura sintetica consente al latino di esprimere il maximum del significato ricorrendo al minimum del significante. Si avvera così il detto senecano «plus significare quam loqui», «far intendere più di quanto si dica».

Lo sapevano bene i traduttori che fin dai tempi di un Delille si interrogavano sulle difficoltà di replicare la densità sintattica dei testi latini nell’andamento perifrastico e prolisso delle lingue romanze; lo sperimentiamo noi nel constatare quanto la pagina tradotta ecceda sempre quella dell’originale a fronte.

Formidabili strumenti di brevitas sono l’uso complesso e pregnante dell’ablativo assoluto («Caesare duce», «sotto la guida di Cesare») e del participio congiunto («ne mente quidem recte uti possum, cibo et potione completus», «neppure la mente posso usare bene, se sono satollo di cibo e bevande»); sintagmi quali «ab Urbe condita» («dalla fondazione di Roma») o «post Christum natum» («dopo la nascita di Cristo»), che in italiano necessitano di espressioni contenenti astratti verbali; il «sermo simplex» («il linguaggio essenziale») di Orazio, incentrato sull’«ordo verborum» («la disposizione delle parole») e culminante nella espressività della «callida iunctura», «il nesso furbo», vale a dire l’accostamento inatteso – vogliamo dire smart? – di parole solitamente usate in contesti diversi e già collaudati; la sententia senecana, vale a dire la frase breve, acuminata, costruita sull’antitesi delle parole. Nella confezione di questa struttura sentenziosa Seneca doveva trarre conforto sia dalla sua formazione retorica, dal vigor oratorius, sia più in generale da quella che egli chiamava la potentia della lingua latina in opposizione alla gratia della lingua greca.

Il fondamento teorico di questa brevità asciutta e tagliente va rinvenuto nella syntomìa (concisione) stoica e ancor prima socratica: una sorta di retorica dell’antiretorica che si opponeva alla makrologìa (prolissità) dei Sofisti; per cui il dire degli Stoici si connota come breve e acutum. L’esemplificazione più riuscita e vistosa di questo stile si ha proprio nello stoico Seneca, il quale invitava esplicitamente a scrivere «carminis modo»: infatti «facilius… singula insidunt circumscripta et carminis modo inclusa» («se circoscritti e racchiusi nella misura del carmen, i singoli pensieri penetrano più facilmente»). La frase di Seneca è concepita a mo’ di carmen, termine ad elevato tasso di centralità e complessità nella stessa vita quotidiana dei romani, perché – in conformità alla sua etimologia (da cano, canto, suono) – oltre al prioritario significato di verso poetico, indicava qualsiasi espressione formulare e modulare: la preghiera, la dizione magica, l’oracolo, il proverbio, la ricetta medica, il canto militare, la locuzione giuridica, l’indovinello.

Di qui la portata psicagogica del carmen: «sensus nostros clariores carminis arta necessitas efficit» («i nostri pensieri risultano più perspicui se obbediscono alle severe leggi del carmen»). È per questo che le sententiae senecane più facilmente persistono nella memoria, piegano la volontà, curano l’animo: infatti – come ha commentato Quintiliano – «esse feriscono l’attenzione e in un sol colpo spesso la obbligano a cedere, restano impresse per la loro stessa concisione e dilettando persuadono» («feriunt animum et uno ictu frequenter inpellunt et ipsa brevitate magis haerent et delectatione persuadent»).
Questo peculiare carattere comunicativo non solo non sorprende, ma doveva apparire connaturale alla lingua di Roma, dove la politica ha il primato e dove l’oratoria occupa quel posto che ad Atene era detenuto dalla filosofia.

Qualche esempio tratto dalle sententiae di Seneca: «vindica te tibi» («riprendi il possesso di te stesso»: 13 lettere in latino, 28 lettere in italiano); «suus nemo est» (11 lettere in latino; «nessuno appartiene a se stesso»: 23 lettere in italiano ); «protinus vive» (12 lettere in latino; «vivi senza aspettare»: 18 lettere in italiano).

Caratterizzati da pregnanza epigrammatica, questi brevi moniti, facilmente memorizzabili, erano solitamente posti a inizio o a conclusione di un ragionamento, con la funzione di convincere l’interlocutore a seguire l’insegnamento filosofico e il perfezionamento morale. La loro estrema incisività li ha resi proverbiali per il linguaggio dell’interiorità: da Agostino a Petrarca, fino a Montaigne.

Altre sentenze sono poi caratterizzate, oltre che dalla brevitas, dalla simmetria formale, che si accompagna all’antitesi concettuale: «non vitae sed scholae discimus» («impariamo non per la vita ma per la scuola»), «ille [cioè Deus] extra patientiam malorum est, vos supra patientiam» («lui è al di fuori della possibilità di patire il male, voi siete al di sopra»), «impares nascimur, pares morimur» («nasciamo diversi, moriamo uguali»), «cogita semper qualis vita sit, non quanta sit» («pensa sempre alla qualità della vita, non alla quantità»), «non ille diu vixit, sed diu fuit» («non è vissuto a lungo, ma è stato al mondo a lungo»).

Questa estrema concentrazione non appartiene al solo Seneca, ma a uno stile espressivo che caratterizza la lingua latina a diversi livelli, manifestandosi anche nella comunicazione non letteraria: pensiamo alla potenza espressiva dell’iscrizione funeraria «morituri resurrecturis» («i destinati a morire ai destinati a risorgere»: due parole rispetto alle otto dell’italiano, e quasi il doppio delle lettere), oppure alle tre parole coniate per una medaglia da Alfonso Traina «tenebre scenti saeculo illuxit», per significare «rifulse come una luce in un mondo che stava per sprofondare nelle tenebre». In casi come questi, evidentemente, i limiti materiali imposti dal supporto scrittorio, quali una lapide o una medaglia, favoriscono la ricerca della brevitas.

Limiti analoghi sono posti, come ben sappiamo, dalle rapide comunicazioni di oggi. E allora, a fronte delle sententiae citate, forse possiamo concludere che i 140 caratteri di Twitter sono quasi esagerati per il latino; paradossalmente, dunque, Twitter risulta non solo non inidoneo e non costrittivo per il latino ma fin troppo capiente e addirittura prolisso.

Senza dimenticare che il latino si annida irrimediabilmente proprio nello strumento e nel linguaggio informatico: computer è acquisito dal latino (computare) attraverso l’inglese, e la stessa chiocciolina @ dell’indirizzo email cos’altro è se non l’inglese che deriva dal latino, a indicare il server a cui indirizzata la posta?

E senza dimenticare – a ulteriore prova della persistenza universale del latino – che lo scoop giornalistico di questo inizio millennio l’ha fatto la vaticanista Giovanna Chirri, a cui la conoscenza della lingua di Roma ha permesso di bruciare sul tempo tutti i colleghi annunciando al mondo per prima quelle dimissioni di papa Benedetto.

E senza dimenticare – sempre con Traina – il “malinconico paradosso” del latino: lingua morta eppure potentemente espressiva.

Certo un tweet in latino può non solo suscitare un’emozione estetica, favorita dalla nostalgia e dal ricordo di passate frequentazioni classiche, ma anche creare un felice corto circuito antico / presente in cui l’oggi si illumina grazie alla citazione di un personaggio, di un episodio, di un detto di ieri.

Ma il rigido e sincronico Twitter, connaturato al e per il lineare e veicolare inglese, non potrà mai comprendere pienamente le iridescenze etimologiche e le stratificazioni semantiche di una lingua, quale quella latina, naturaliter diacronica e metamorfica, tutta sub specie temporis perché incentrata sul verbo, «angelo del movimento che dà spinta alla frase» (Baudelaire). Lingua duttile e che si lascia plasmare, non irresistibile, anzi resistibilissima; lingua matrice delle lingue neolatine dal Mar Nero all’Atlantico. Lingua che vive della profondità della distanza e della differenza, e che per questo non si lascia catturare dal primo piano dello schermo.

 

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