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di Giuseppe Antonelli

4990L’umorista entra in un negozio di cereali: – Avete riso? – Sì – Allora l’effetto è raggiunto. Il risultato è quello che conta, sembra dirci Campanile con questa Tragedia in due battute: il fine di umoristi comici e affini è – finezza o no – far ridere. Ridere è terapeutico, allunga la vita. Anche quella politica, se è vero che con un centinaio di barzellette (e molte altre gag) Berlusconi si è garantito quasi vent’anni di potere e il governo più lungo di tutta la storia repubblicana. La Risatina C sembra essere ormai diventata la panacea del consenso. Un tempo erano roba per Gino Bramieri, le barzellette, per Walter Chiari: oggi alla radio le raccontano i parlamentari, che si mettono in fila per vivere il loro giorno da pecora. E, su certi luoghi comuni, destra e sinistra si trovano perfettamente allineate: se la guerra fredda le aveva divise, la freddura le unisce. Serracchiani (Pd): «Moglie e marito guardano romanticamente la luna che si riflette nel pozzo. Improvvisamente l’uomo scivola e cade. La moglie: “Ma allora funziona”»; Lupi (Pdl): «Ci sono due cannibali che stanno mangiando. Uno dice all’altro: “Io con mia moglie non ce la faccio più”. L’altro gli risponde: “Va bè, almeno finisci le patate”».

Il Drive in col suo verbo fast food

Una cosa impensabile nella prima repubblica. Ma non imprevedibile, se proprio nell’anno di Tangentopoli e di Mani pulite, Marino Sinibaldi (in Tirature ’92) intravedeva nelle dimensioni «impressionanti e onnipervasive» dell’universo comico e satirico nazionale «un pericolo assai serio: quello di un cinismo puramente dissolutore, una sorta di nichilismo ridens, che contribuisce ad allentare ogni vincolo collettivo». E metteva in relazione questa deriva con la rifondazione del linguaggio comico in senso televisivo: «un processo iniziato già negli anni Sessanta, coi varietà del sabato sera, ma che si è fatto via via più travolgente dal Drive in in poi».

In principio, insomma, fu il Drive in col suo verbo fast food, destinato a diventare l’ideologia dominante in tutto il Paese. «“Saaalve! – diceva il trentenne di Biella saltellando da una parte all’altra dell’inquadratura, – sono mister Tarocò, con l’accento sulla q!” (e ridevamo)». Nella rievocazione di Nicola Lagioia (Riportando tutto a casa) c’è il senso di una diga che si rompe. E in effetti nella comicità italiana nulla sarebbe stato più lo stesso: anche la satira politica si sarebbe adeguata. Parlando del libro di Paolo Rossi Si fa presto a dire pirla, Filippo La Porta scriveva in Tirature ’93 (l’anno prima della discesa in campo di Berlusconi): «Dopo la risata liberatoria (il Sessantotto) e quella che doveva “seppellirvi” (il Settantasette) siamo ora alla risata autogratificante». Oggi c’è poco da consolarsi: una risata ci ha seppellito.

Non ci resta che il lastrico

«Il comico è morto: non ci resta che piangere», sentenzia Paolo Di Stefano nel «Corriere della sera» alla fine del 2007, rimpiangendo il «declino di un genere letterario glorioso, ucciso dalla politica e dalla televisione». È passata l’età dell’oro degli scrittori umoristi, ma anche quella della letteratura comico-televisiva cheriempiva le librerie e colonizzava le classifiche. Né è bastato – per rilanciare quei prodotti – l’abbinamento con il supporto video. Un po’ perché ormai tutti gli sketch si possono vedere gratuitamente in Internet. Un po’ perché – ridotto a libretto della messa cantata – il testo comico tradisce tutta la sua inadeguatezza, la sua incapacità di far ridere senza la mimica, la gestualità, la voce dell’attore: si fa la spia da solo, come diceva Fantozzi.

Uno dei motivi per cui questa comicità non regge sulla pagina è la mancanza di nerbo linguistico. Ben pochi sono i comici che osano andare oltre l’effetto sicuro del tormentone: quella frase che fa ridere solo perché ripetuta a oltranza, attesa dal pubblico e replicata a richiesta, come la mossa delle vedettesd’avanspettacolo. Di tutta la banda che continua ad animare il circo televisivo-editoriale di Zelig, l’unica eccezione è Maurizio Lastrico, con le sue anacronistiche terzine dantesche. «Destatomi un mattin l’ormon fremente / m’approssimo al mio amor ma è gia incazziata / “che hai” dimando a lei ed ella “niente”». Il gioco è quello dell’accostamento eroicomico alto-basso (come già per la pulzella e le puttane di De André e Villaggio), del travestimento antico e della perifrasi eufemistica (come già nel pugnare e nel prendersi per le natiche di Brancaleone da Norcia), dell’italianizzazione di parole straniere: «Arranco con tremor di polsi e vene / ma ’n petto il cor spossato mi dimanda / perché stai ancora qui testa di pene / ma il trainer neandertale mi dimanda / d’andare a spinningar su fissa bici».

Comunquemente, minchissima
 

Ma forzare i confini della lingua può voler dire anche inventare l’imperativo imperfetto («Sapevatelo su Rieducational Channel!») o usare avverbi di tempo al posto degli avverbi di luogo («non sappiamo quando stiamo andando»), come fanno Vulvia e Quèlo, due dei personaggi di Corrado Guzzanti ripresi in Recital. A proposito di avverbi, cosa dire del Cetto La Qualunque creato da Antonio Albanese, capace di coniare – nei suoi comizi comici – comunquemente,infattamente, spessatamente, oltre all’eponimo qualunquemente. Ai -mente di Cetto (che certo non è tipo da dire la verità), si possono accostare i tanti -issimadi Luciana Littizzetto: allorissima, minchissima, beatissima lei. I titoli della Litti, passati da una stagione vegetariana (Sola come un gambo di sedano, La principessa sul pisello, Col cavolo) a una metaletteraria (La Jolanda furiosa e ora I dolori del giovane Walter) riportano, in realtà, alla stessa ossessione genitale di Cetto (Cchiù pilu pe’ tutti) e più in generale a un’attualità che ruota intorno alla residenza Orgettina e alla villa di Hardcore. «E poi dicono a me che parlo di Walter e Jolanda», si lamenta lei giustamente, salvo poi cercare maliziosamente il cortocircuito con la politica («Il suo walter è più arzillo di Veltroni»). Gli eufemismi usati per gli organi sessuali, d’altra parte, hanno la stessa funzione dei nomignoli usati per politici e personaggi pubblici: trasfigurano la realtà. Così che il mondo in cui viviamo – popolato dei vari Berlu, Gianfry, Napisan, Eminems (Maroni, pour cause, resta tal quale) – diventa una specie di Paperopoli. Ed è proprio una serie di metamorfosi quella messa in moto dall’incessante catena di come: correlativi soggettivi della realtà, le immagini evocate si susseguono una dietro l’altra grazie alla tecnica della similitudine iperbolica.

Uguali come due gocce cinesi

«Uno dei polpacci della comicità» – ci spiega Daniele Luttazzi nella palestra allestita nel suo sito – «è l’esagerazione». E cita una battuta di Letterman: «Una cerimonia talmente lunga che alla fine Godot è arrivato». Poi dice anche di non inviare battute prese da altri siti satirici («il senso della palestra è esercitare se stessi»). Ma ogni tanto anche lui nei suoi spettacoli cita senza citare la fonte. Dobbiamo chiamarlo doping?

Perché, tuttavia, tormentarsi con questi dubbi, quando invece – guardando altrove – possiamo sollazzarci nuotando in una marea di tormentoni? In questo i comici sono in buona compagnia, visto che il tormentone è la vera icona linguistica della nostra epoca. Gli slogan politici si ripetono sempre uguali a sé stessi, con la stessa ossessività di quelli pubblicitari; i modi di dire (Bartezzaghi docet) ritornano nel discorso con la stessa ostinata frequenza di quelli delle canzonette estive. Il motivo è presto detto: come una goccia cinese, la ripetizione ottiene sempre il risultato desiderato; nel caso dei comici, fa ridere. Nel 2004 la fiera del libro aveva scelto come motto «ridere è una cosa seria»; oggi andrebbe aggiornato: ridere è una cosa serial.

I libri a cui si fa riferimento

Achille Campanile, Tragedie in due battute, Milano, Rizzoli, 2000.

Simone Barillari, Il re che ride, Marsilio, 2010.

Adriano Altorio,Risatina C, L’Airone, 2009.

Alice Gioia, Claudio Sabelli Fioretti, Giorgio Lauro, Ilaria Gandini, Onorevoli risate, Aliberti, 2011.

Tirature ’92 e ’93, a cura di Vittorio Spinazzola, Baldini e Castoldi, 1992 e 1993.

Nicola Lagioia, Riportando tutto a casa, Einaudi, 2009.

Maurizio Lastrico, Nel mezzo del casin di nostra vita, Mondadori, 2011.

Corrado Guzzanti, Recital (con DVD), Feltrinelli, 2010.

Antonio Albanese e Piero Guerrera, Cchiù pilu pe’ tutti, Einaudi, 2005.

Luciana Littizzetto, I dolori del giovane Walter, Mondadori, 2010.

Daniele Luttazzi, Almanacco Luttazzi della nuova satira italiana, Feltrinelli, 2010.

Stefano Bartezzaghi, Tormentoni, Mondadori, 2011.

Giuseppe Antonelli insegna Linguistica italiana all’Università degli Studi di Cassino. Collabora all’«Indice dei libri del mese» e all’inserto domenicale del «Sole 24 ore». I suoi volumi più recenti sono L’italiano nella società della comunicazione(Il Mulino, 2007); Ma cosa vuoi che sia una canzone. Mezzo secolo di italiano cantato (Il Mulino, 2010) e, con Luca Serianni, Manuale di linguistica italiana (Bruno Mondadori, 2011).

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