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coletti_tema_del_meseIl tentativo dell’Accademia della Crusca (di cui faccio parte) di frenare un po’ l’anglomania italica ha fatto notizia anche sulla stampa ligure, per combinazione proprio negli stessi giorni in cui la posta interna della nostra università veniva sollecitata a un bel dibattito dalla lettera di una giovane docente, Stefania Consigliere, che segnalava con una certa preoccupazione come, per favorire l’internazionalizzazione dell’ateneo, sia prevista anche la disponibilità di un docente a tenere lezione in inglese invece che in italiano purché lo domandi uno (1!) studente. Gusto dell’anglismo e uso dell’inglese nella didattica sono due questioni di lingua simili ma da trattare separatamente.

L’adozione (o adoption?) di parole straniere non è affatto un male di per sé. Anzi è una linfa per le lingue vive. Quando l’adozione funziona bene succede che, come per i bambini stranieri adottati da italiani, le parole straniere diventano pienamente italiane: chi riconoscerebbe ancora dietro ciclismo il francese cyclisme da cui deriva o dietro pressurizzare l’inglese pressurize o dietro zucchero l’arabo sukkar? E non c’è nessun problema se il significato di realizzare come ‘capire bene, rendersi conto’ è dovuto all’influsso dell’ inglese  to realize, anche se non ha nulla a che vedere con i  precedenti significati (‘fare, attuare’) della stessa parola nella nostra lingua. Le cose cambiano un po’ quando invece la parola arriva e resta in italiano nella forma grafica e (almeno in parte) fonetica della lingua originale, come succede con computero spending review (i cosiddetti prestiti integrali). Le cose, in questo caso, cambiano non tanto perché si attenta al sistema linguistico di per sé, che anzi si può giovare delle novità grammaticali indotte dalla lingua straniera (ad esempio, gli italiani si sono abituati a pronunciare parole che terminano con due consonanti come sport o film), quanto perché la cultura che si esprime in una lingua incapace di trovare forme proprie per dire cose nuove dà preoccupanti segni di debolezza.

Ciò che turba oggi molti italiani, i numerosi anglicismi, è più un problema per la loro cultura che per la loro lingua (che si fa più consapevole, ad esempio, del fatto che non c’è sempre corrispondenza tra grafia e pronuncia, per cui la sillaba -pu- in computo e computerizzare si scrive allo stesso modo ma si pronuncia diversamente). Proprio perché è un problema di cultura le reazioni di fronte ad essi sono diverse. Chi ancora ricorda con fastidio l’autarchia linguistica del fascismo è propenso a ricevere i prestiti integrali senza imbarazzo e quasi con gioia, vedendovi un felice segno di internazionalismo culturale. Ma chi fa presente che oggi gli anglicismi integrali cominciano ad essere troppo numerosi e soprattutto ad occupare le zone più prestigiose della comunicazione (scienza, politica, economia, medicina, pubblicità…) se ne preoccupa perché rivelano la scarsa attività della nostra  cultura. Si sa che non tutte le culture sono rassegnate a importare senza limiti, oltre le cose, anche i nomi stranieri; francese e spagnolo si sforzano di usare parole proprie anche in casi di importazione concettuale o industriale (i francesi hanno francesizzato il lessico dell’informatica e ben difeso ordinateur su computer, mentre noi italiani abbiamo abbandonato elaboratore o calcolatore di cui pure eravamo stati tra gli inventori). In Italia non solo siamo rassegnati a usare cose e parole altrui nei settori d’avanguardia, ma ce ne compiacciamo anche in politica, al punto che questa tendenza è entrata in pieno  nel linguaggio ufficiale o semiufficiale italiano, come si vede con Ministero del Welfare, jobs act, growth act o stepchild adoption. In questo caso a favorire l’anglicismo concorrono un atteggiamento di scarso rispetto per i cittadini comuni, visto che gesti e disposizioni ufficiali vengono nominati in maniera non trasparente, e uno snobismo provinciale che induce a sfoggiare quel (poco) che si sa della lingua più prestigiosa per farsi belli o apparire alla moda (insomma à la page,trendy). Per questo l’Accademia della Crusca sta cercando di trovare, almeno per le parole straniere non ancora accasate, appena nell’ ingresso, un possibile corrispettivo italiano: non è tanto una difesa della lingua, quanto una mano alla nostra cultura, perché sia più viva e meno provinciale, aperta ma non succube; ed è anche un sostegno alla comunicazione pubblica, perché sia più trasparente e comprensibile. Insomma, il materiale è linguistico, ma la posta in gioco è culturale, sociale e politica.

Questo si vede bene nella seconda questione preannunciata, la possibilità di fare lezione in inglese in università. Lasciamo pur stare l’enormità di cambiare lingua se lo chiede uno studente, magari su 60, alla faccia dei 59 cui andrebbe benissimo, e anzi meglio, l’italiano. Non chiediamoci quale lezione farà nel suo inglese il docente italiano (si sa che si parla meglio se lo si fa nella lingua in cui si pensa). Non approfondiamo se lo studente straniero che viene a studiare in Italia non sia interessato anche all’italiano (magari viene per studiare Dante o Michelangelo o Verdi). Sorvoliamo per carità di patria sul fatto che se gli studenti stranieri da noi non vengono o vengono solo quelli che non possono andare altrove non è per via della lingua, ma dello scarso prestigio di cui purtroppo gode (dovremmo dire: soffre), in campi strategici, il nostro Paese e per le infime dotazioni di accoglienza studentesca. È pur vero che l’inglese è oggi la lingua del sapere scientifico avanzato e che quindi chi accede agli studi superiori dovrà impararselo bene e che la piena familiarità con questa lingua va acquisita, anzi imposta. Ma non dimentichiamo tre cose: 1) che ci sono campi del sapere in cui la lingua materna e ufficiale resta ineludibile (letteratura, diritto); 2) che espellere la lingua comune e nazionale dall’insegnamento superiore è un furto ai danni della collettività, che viene privata della possibilità di partecipare almeno minimamente, attraverso uno stesso vocabolario, alla distribuzione del sapere avanzato, di cui pure sostiene tutti i costi, con ulteriore aggravamento della discriminazione sociale; 3) che escludere l’italiano dalla didattica universitaria significa tagliar fuori nel giro di una generazione la nostra lingua dalle scoperte, dai pensieri, dai progetti del mondo nuovo. Se l’italiano cede all’inglese tutti i settori più importanti della conoscenza impoverisce il proprio vocabolario e si condanna a non poter più nominare il cambiamento, si reclude nel silenzio per il futuro.

Vittorio Coletti

La Repubblica Il lavoro, 14 febbraio 2016

http://www.accademiadellacrusca.it/it/tema-del-mese

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