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inglese-italiano«Non vogliamo fare la guerra all’inglese, ma vogliamo rammentare ai parlanti italiani che in molti casi esistono parole italiane utilizzabili, comode e trasparenti. Vogliamo provare a proporle a tutti come possibile alternativa, per promuovere la grande ricchezza lessicale ed espressiva della nostra lingua». In questo modo si espresse, circa un anno fa, Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca, accogliendo il senso ultimo della petizione intitolata Un intervento per la lingua italiana (#dilloinitaliano), lanciata da Annamaria Testa, pubblicitaria ed esperta di comunicazione e creatività, e indirizzata in prima battuta agli organismi direttivi dell’Accademia perché si facesse «portavoce e autorevole testimone di questa istanza presso il Governo, le amministrazioni pubbliche, i media, le imprese».

L’appello e la petizione hanno riscosso successo e vasta eco negli organi di informazione e in rete. Nel settembre 2015, nell’àmbito dell’Accademia della Crusca, si è formato il gruppo Incipit, «con lo scopo di monitorare i neologismi e forestierismi incipienti, nella fase in cui si affacciano alla lingua italiana e prima che prendano piede», proponendo sostituti italiani a vocaboli e locuzioni inglesi come hotspot, voluntary disclosure, smart working, bail in, bail out… Alle spalle della Crusca, c’è un ampio sentire comune che, soprattutto in rete, si traduce in una forte insofferenza soprattutto verso gli anglicismi, percepiti come un’orda selvaggia e inarrestabile che attenta all’identità della lingua italiana. Vi sono pericoli reali? È proprio delle lingue e dei linguisti erigere steccati e stabilire confini? Si possono escogitare dei filtri? È sensato farlo? E quale autorità delibererebbe in materia? Di questo e d’altro discutono Mihai Butcovan, Licia Corbolante, Michele A. Cortelazzo, Valeria Della Valle, Roberta D’Alessandro, Giovanni Iamartino, Daniele Scarampi, Salvatore Claudio Sgroi.

http://www.treccani.it/lingua_italiana/speciali/ok/mainSpeciale.html

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