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Riso Korte
La minaccia del riso del Sudest asiatico non tende a diminuire: il settore è in ginocchio e invoca l’intervento dell’Unione Europea per ripristinare i dazi alle frontiere, ridurre i danni dello squilibrio produttivo e, nel medio periodo, per evitare il collasso del mercato. La Lomellina, cuore del riso italiano con Pavia, Vercelli e Novara, ha trasmesso le sue preoccupazioni a Joost Korte, vice direttore generale della direzione Agricoltura della Commissione Europea, arrivato al Centro ricerche sul riso di Castello d’Agogna per ascoltare la viva voce della filiera.

Ad accoglierlo c’era lo stato maggiore del riso nazionale: Felice Assenza, direttore della direzione generale delle Politiche internazionali del ministero delle Politiche agricole, Paolo Carrà, presidente dell’Ente nazionale risi, Mario Francese, presidente dell’Associazione industrie risiere italiane e amministratore delegato di Curti Riso di Valle, il robbiese Giovanni Daghetta, presidente di Cia Lombardia, e per Confagricoltura Giuseppe Ferraris, presidente del gruppo riso di Copa-Cogeca, l’organizzazione degli agricoltori europei.

Da due anni il riso Indica di Cambogia e Birmania viene importato in Europa a dazio zero: questi accordi, criticati dal comparto risicolo italiano, stanno provocando uno squilibrio delle semine. Si pensi solo che nel 2014 la Lomellina, dove le risaie occupano 61mila ettari, aveva seminato più di 13mila ettari a Indica, cioè Lungo B da esportazione più direttamente colpito delle importazioni a dazio zero. Di contro, le varietà Lungo A come Carnaroli, Arborio, Baldo e Roma (quelle più pregiate di tipo Japonica), occupavano circa 11mila ettari. Nella stagione 2015 i Lungo B si sono ridotti a circa 8mila ettari, mentre i Lungo A sono saliti a 12.500 ettari. Variazioni di superfici e anche di prezzi che destabilizzano le aziende agricole. «Finalmente – ha detto Carrà – la Commissione Europea si è resa oggi conto che gli allarmi lanciati dall’Italia lo scorso anno non erano voci e ha confermato i dati di un vertiginoso aumento delle importazioni. Bruxelles dovrebbe ripristinare la preferenza comunitaria rispetto al riso di importazione e, nei futuri accordi di libero scambio, tener presente che il riso è considerato prodotto sensibile. Ogni altra concessione potrebbe compromettere definitivamente l’equilibrio del settore».

Secondo Francese, «il tempo delle decisioni strategiche per il settore è arrivato». «Confermiamo – ha spiegato il presidente dell’Airi – l’aggravarsi della condizione deficitaria nell’Unione europea per il riso Indica, determinata dall’aumento delle importazioni dalla Cambogia e Birmania che non hanno sostituito, ma si sono aggiunte alle altre importazioni. Come conseguenza, abbiamo un’eccedenza di riso Japonica difficilmente collocabile. La produzione di Japonica, circa 110mila tonnellate in Italia e 40mila al di fuori dell’Italia, può aumentare, ma non consente comunque di rimediare alla perdita di 200mila tonnellate di Indica, paradossalmente a fronte di un aumento dei consumi di 100mila tonnellate».

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