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scansione0001Fino a non molti anni fa la stragrande maggioranza degli studiosi e degli addetti ai lavori era convinta che non vi fosse alcun motivo di temere un influsso eccessivo dell’inglese sull’italiano. Ci si appellava alle normali vicende di ciascuna lingua, che vedono nello scambio reciproco di vocaboli con altre lingue un fenomeno non solo inevitabile, ma del tutto positivo. Qualcuno all’inizio degli anni Duemila cominciò però a far notare che il flusso di anglicismi stava assumendo in italiano proporzioni abnormi, sconosciute ad altre lingue europee. Per di più appariva chiaro un principio di colonizzazione lin­guistica strisciante, che prevedeva l’arretramento dell’italiano in favore dell’inglese in diversi campi del sapere.

Ciò destava (e desta ancor adesso) preoccupazione per almeno tre buoni motivi: in primo luogo il segnale di provincialismo culturale che viene dato accettando acriticamente tutto ciò che “sa” di inglese (meglio, di americano); in secondo luogo il rischio che interi settori del lessico (in particolare quelli tecnico-scientifici) vedano l’italiano progres­sivamente emarginato in favore dell’inglese; infine la necessità di evitare che nel linguaggio della pubblica amministrazione e di tutti gli enti, pubblici o privati, che abbiano voce in capitolo nella vita e nelle scelte dei cittadini, alberghino parole o espressioni inglesi, laddove sarebbe d’obbligo la massima trasparenza comunicativa.

Come si può capire, la questione dell’abuso delle parole inglesi è solo la punta dell’iceberg di problemi ben più profondi, in grado di creare un terremoto culturale e civile prima ancora che linguistico. Non altrimenti potremmo definire l’anglicizzazione forzata dei corsi universitari e la perdita d’identità linguistica di vasti campi della scienza.

Claudio Giovanardi, Elisa De Roberto

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