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Alberto Sordi impersona “Il vigile” (1960)

L’italiano, che non può ricordare la grandezza dell’impero romano se non con un’immagine da cartolina Liebig, cioè ridendo di una faccenda quasi incredibile, ha percorso il lungo tempo seguito al crollo della più grandiosa costruzione civica mai vista sotto il sole in compagnia della potenza crescente della Chiesa e avendo sotto braccio i codici della lex romana e la lingua universale del latino.

Ma questi tesori sono stati ripetutamente offesi dalle vicende alterne della storia: sul suolo della penisola papi e imperatori hanno duellato aspramente e il popolo ha imparato a guardare la guerra come uno spettacolo che fa compagnia e si accetta con un senso di fatalità. II carattere dell’italiano si è quindi indurito nell’egoismo, nel tradimento, nella viltà considerata la qualità del “furbo più degli altri”. Il genio della sopravvivenza, dell’energia indomabile che segue la catastrofe più atroce, ha stupito il mondo, specialmente dopo l’ultima guerra mondiale.

Sordi è lo specchio di queste caratteristiche non facilmente decifrabili. Alberto Sordi ha accumulato, in una filosofia quasi guicciardiniana, tutte le possibili varietà di questa difesa a oltranza dell’individuo. La sua osservazione ha operato con una certa cattiveria in modo che sulla tela del filtro restassero in evidenza le qualità deteriori e negative dell’italiano ma, ed è questa la novità scandalosa, con l’orgoglio di un uso vittorioso di questa collezione di vergogne.

Alberto Lattuada

in Maurizio Porro, “Alberto Sordi” (Il Formichiere, 1980)

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