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La risicoltura italiana ha una nuova legge per il mercato interno. Il Consiglio dei ministri ha approvato in prima lettura il decreto legislativo in attuazione della delega prevista dal Collegato agricoltura: primo passaggio per aggiornare una legge che risaliva a 60 anni fa. Ne sono coinvolte le 1.500 aziende agricole di Lomellina e Pavese che producono riso di qualità e che, grazie a 83mila ettari, sono le prime zone risicole d’Italia e d’Europa. «Avviamo una riforma attesa da anni dal settore – ha commentato il ministro Maurizio Martina – Abbiamo puntato a semplificare le norme, a valorizzare di più le varietà tradizionali italiane e a dare più trasparenza in etichetta al consumatore. Ora continueremo a insistere con Bruxelles per avere risposte a una crisi di settore che è europea, ma che ci riguarda molto da vicino essendo noi i più grandi produttori di riso dell’Unione. Lavoreremo per avere risposte concrete per i nostri risicoltori, che vengono penalizzati anche dall’ingresso del riso a dazio zero dai paesi asiatici: servono un pacchetto di misure di sostegno da parte della Commissione e l’attivazione della clausola di salvaguardia prevista dai trattati internazionali. Su questo continueremo a lavorare anche nelle prossime ore, così come ci aspettiamo un via libera dall’Ue sul decreto sull’origine obbligatoria in etichetta per il riso, inviato a Bruxelles già in aprile». Nello specifico il decreto prevede la riorganizzazione e la semplificazione della normativa relativa alla commercializzazione del riso, che risaliva al 1958, e il suo adeguamento anche alla normativa europea, oltre alla salvaguardia delle varietà di riso italiane. Inoltre, l’istituzione di un registro nazionale delle denominazioni dei risi tenuto dall’Ente nazionale risi prevede il miglioramento genetico di nuove qualità e la valorizzazione della produzione risicola. La Lomellina è coinvolta in prima battuta perché il Centro ricerche sul riso di Castello d’Agogna conserva la preziosa Banca del germoplasma. In particolare, il provvedimento mira a dotare la filiera risicola di strumenti giuridici basati su criteri oggettivi e trasparenti e determinati per poter “classificare”, dal punto di vista della vendita, l’inestimabile patrimonio varietale italiano (più di 200 varietà di riso). Infine, il decreto ha disciplinato la valorizzazione del prodotto attraverso la denominazione “classico” sull’etichetta delle varietà da risotto oggi più note e maggiormente utilizzate, ritenute dal ministero «un patrimonio della filiera risicola italiana», la tutela del consumatore con maggior trasparenza delle denominazioni sulle etichette e il rafforzamento dei controlli attraverso un nuovo apparato sanzionatorio.

«La riforma rappresenta un passo avanti importante, che aggiorna una normativa risalente al 1958 con la salvaguardia e la valorizzazione delle varietà da risotto italiane». Lo afferma Wilma Pirola, presidente di Coldiretti Pavia, secondo cui «la possibilità di avere una diversificazione di denominazione va a vantaggio sia del produttore sia del consumatore, che avrà la possibilità di scegliere il riso che più gradisce con una giusta remunerazione agli agricoltori». Fulco Gallarati Scotti, vice presidente di Confagricoltura Pavia e presidente nazionale dei risicoltori di Confagricoltura, mette in luce una mancanza. «Questo testo – spiega il risicoltore di Cozzo – parla solo del riso lavorato, cioè pronto per la commercializzazione, ma sarebbe stato opportuno rivedere anche la parte relativa al risone, cioè ancora da lavorare, soprattutto per evitare eventuali speculazioni. Oggi le griglie, in cui il Carnaroli vero e proprio è equiparato a un Karnak o a un Carnise, sono collegate a un’unica quotazione: auspico che si possa intervenire in fase di discussione del decreto nelle due commissioni parlamentari. Inoltre, manca il regolamento sulle varietà classiche». Per il robbiese Giovanni Daghetta, presidente di Cia Lombardia, si tratta di «un provvedimento atteso da vent’anni: la nuova normativa è stata condivisa dalla filiera e permetterà di dare nuovo impulso alla promozione delle varietà di riso italiane e allo sviluppo di nuove varietà in linea con le tradizioni culinarie del “made in Italy”; in questo momento di crisi del settore speriamo che dia una boccata d’ossigeno e aiuti a risolvere la complicata situazione di mercato».

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