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«Desidererei sapere se al momento di basare la lingua italiana su un dialetto italiano fu in ballottaggio oltreché il fiorentino anche la lingua veneta».

È pacifico che ogni dialetto avrebbe potuto, in linea generale e teorica, assurgere in Italia alla funzione e alla dignità di lingua nazionale, ossia essere adottato come lingua ufficiale da tutti i parlanti quale che fosse la loro parlata originaria.
E ciò, in particolare, per due ragioni. La prima, perché ogni dialetto possedeva (specie nei tempi della loro maggiore vitalità) tutte le qualità di una lingua come strumento sociale e intellettuale; già il Manzoni osservava che “i dialetti […] hanno tutti di necessità ciò che ci vuole a produrre l’effetto che realmente producono, cioè una continua e piena e regolata conversazione umana; hanno più o meno modi di significare […] secondo che servono ad una più o men ristretta, più o men colta società”. La seconda, perché nessun dialetto poteva vantarsi di avere in sé potenzialità linguistiche peculiari che lo rendevano il solo idoneo a svolgere i compiti propri di lingua di una nazione; il Parini, in piena polemica antidialettale, ingegnosamente e giustamente scriveva che “le lingue […] sono tutte indifferenti per riguardo alla intrinseca bruttezza o bontà loro”.

Alla luce di queste considerazioni, il dialetto veneziano di città del Due-Trecento avrebbe avuto teoricamente la possibilità, al pari di altri dialetti, di iniziare a porsi, nei primi secoli della nostra storia civile, come lingua della cultura e della società nazionale. Ma la formazione di una lingua nazionale, quando non sia determinata da ragioni politiche (la formazione di uno stato unitario, come ad esempio in Francia) o sociali o di altro genere, ma da ragioni strettamente culturali e letterarie prima di una unità statuale, come è stato in Italia, presuppone la presenza di altissimi scrittori che con il prestigio ineludibile delle loro opere impongono il loro dialetto a tutti gli altri parlanti. E Venezia non ebbe, come invece Firenze, né DantePetrarca né il Boccaccio, per citare solo i sommi. Non solo; ma, negli incunaboli della civiltà letteraria veneziana, poeti e scrittori veneziani si pongono subito ad ammirare e a venerare gli auctores fiorentini e a imitarne la lingua, sforzandosi di toscaneggiare la propria parlata (si ricordino almeno Giovanni e Nicolò Quirini). In questo senso, quindi, già a partire dal Trecento, il dialetto veneziano, che conoscerà una gloriosa e mirabile vitalità negli usi non soltanto civili e sociali, ma altresì letterari (si pensi al Goldoni, al Lamberti, al Buratti e a tanti altri) resterà nell’ambito circoscritto di un dialetto particolare (e raffinato nell’impiego civile in senso toscano) rispetto alla lingua tosco-fiorentina avviata a divenire lingua della nazione.

Maurizio Vitale

http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/lingua-nazionale-ragioni-fiorentino

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