Il dicembre dei nostri nonni

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Carlo Arrigone

Dalle lunghe ore passate nelle stalle, per riscaldarsi nelle sere invernali raccontando filastrocche e scioglilingua, all’uccisione del maiale, un rito fra il sociale e il gastronomico che si consumava nei giorni a ridosso del Natale. Il mese di dicembre prima della meccanizzazione delle campagne è rievocato dall’82enne Carlo Arrigone, uno degli ultimi ciacaré (piccoli proprietari terrieri) della Lomellina e cofondatore del Museo contadino di Olevano di Lomellina.
Nel suo libro Le stagioni del contadino ha passato in rassegna i mesi del lavoro rurale, le scadenze fisse (aratura, semina, raccolto), i giochi dei bambini, il bestiame, i detti e i motti, la cucina, le fiere e i mercati. In 170 pagine scorre la vita di un contadino lomellino tipo, la cui madrelingua era ovviamente il dialetto.libro

«Nella prima quindicina di dicembre – ricorda Arrigone – si riempivano le ghiacciaie, i frigoriferi dell’epoca al cui interno si riponeva la paglia come isolante: c’erano quelle del padrone, cioè il fittabile o il grande proprietario terriero, dell’oste e del lattaio; il ghiaccio si ricavava dai campi allagati, da cui si caricava sui trabùch, i carretti agricoli ribaltabili, per trasportarlo in paese». Una volta terminata questa operazione, i fittabili permettevano ai ragazzi di lanciare le slitte sui campi ghiacciati, le cosiddette marcite. «Tenevo gelosamente alla mia slitta, che feci provare solo al mio amico Ermanno», ricorda Arrigone. A dicembre nei paesi lomellini arrivavano gli zampognari, che piacevano molto al giovane Carlo, ma non alla madre, secondo cui erano portatori di carestia secondo un’antica superstizione. Poi c’erano i pastori, che scendevano dalle valli biellesi o bergamasche e che i ciacarè non vedevano di buon occhio perché le greggi finivano sempre per fare danni nei campi. «Dai marsupi di tela portati dagli asini – dice Arrigone – uscivano le testoline degli agnellini appena nati che non sapevano ancora seguire il gregge». Poi il rito più celebre dell’inverno lomellino: l’uccisione del maiale. Non a caso, questa cerimonia, di cui il gran sacerdote era il masulàr (norcino), ha dato vita al detto Vès in cò mé i pursé a Nadàl, cioè essere arrivati al capolinea. «Il nostro norcino – ricorda ancora – era il Gepu, bracciante che era stato dodici anni in Argentina e che sotto Natale girava le case per uccidere i maiali: per questa operazione, cui partecipava tutta la famiglia, servivano un certo numero di budella bovine, sale, pepe, aglio, un bottiglione di vino, alcuni gomitoli di spago e spezie per i salumi». Si tratta di un mondo ormai estinto nelle sue convenzioni, nella sua ritualità e nella sua genuinità, ma ben vivo nella memoria di Arrigone, che non manca di commuoversi mentre ritorna con la memoria a quegli anni. «L’uccisione del maiale – precisa – finiva sempre con la purslatà, una cena benaugurante che iniziava con un cotechino, un salame e un sanguinaccio e proseguiva con il risotto con la pasta di salame».

Poi arrivava la notte della vigilia di Natale: innumerevoli i riti e le consuetudini del mondo contadino. «Mio padre – dice Arrigone con un pizzico di nostalgia – mi dava un fascetto di fieno legato con uno spago da mettere sul tavolo: sarebbe un regalo molto gradito da Gesù, che l’avrebbe dato da mangiare all’asinello che trascinava il carretto con i regali per i bambini buoni». La mamma appoggiava una sedia con lo schienale appoggiato al tavolo, su cui Gesù Bambino sarebbe salito per lasciare i doni. Al pranzo di Natale questo il menu: agnolotti in brodo, cappone e, come dolce, la torta margherita preparata dalla mamma nella stufa “economica”.

da La Provincia pavese del 10 dicembre 2017

Pubblicato da Umberto De Agostino

Giornalista (collaboratore del quotidiano La Provincia pavese) e autore per Fratelli Frilli Editori (Il brigante e la mondina, La contessa nera, Manzoni e la spia austriaca). Direttore dell'Ecomuseo del paesaggio lomellino e del Sistema bibliotecario della Lomellina.

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