Il dialetto lomellino resisterà negli anni

Io e Maria Forni
Maria Forni con Umberto De Agostino alla libreria “Le mille e una pagina” di Mortara

Maria Forni sviluppa il suo pensiero sullo stato di salute del dialetto lomellino in vista dell’incontro “In Lomellina… si dice ancora così? Riflessioni sulla lingua dialettale al giorno d’oggi”, in programma oggi (mercoledì 18 aprile), alle 16.30, alla biblioteca “Francesco Pezza” (Civico17) di Mortara.
«Anche se le statistiche ci mostrano il progressivo decadere del dialetto, affermo con Gian Luigi Beccaria, insigne linguista piemontese appassionato del linguaggio vernacolare, che i dialetti non muoiono, anche se è finito quel mondo che li intrideva, la cultura contadina che li sosteneva. Certamente il dialetto lomellino è in fase conservativa, meno fertile e creativo di un tempo, quando si poteva considerare una lingua, parlata da tutti gli abitanti. Il linguaggio locale era interclassista, lo parlavano, seppur con diversa tonalità e accento, persone appartenenti ai vari ceti sociali, era un veicolo di comunicazione spontaneo, nativo e facilitatore delle relazioni interpersonali. Naturalmente, era l’unico mezzo di comunicazione dei ceti subalterni, pochissimo scolarizzati. Le richieste di una società divenuta più esigente nell’aspetto istituzionale, tecnologico, scolastico hanno indotto a una diffusione- peraltro necessaria al nuovo assetto della vita sociale- di un italiano medio, favorito soprattutto dall’obbligo scolastico e dai mezzi di comunicazione di massa. Inevitabile la diminuzione dei dialettofoni, ma non inevitabile la sparizione del dialetto. Almeno per ora. È possibile, forse probabile che questo fenomeno possa accadere, in un futuro, omologato e molto anglicizzato, ma per ora il dialetto mostra una tenace tenuta. Ciò è dovuto alla forte presenza di “alternanti”, ossia di persone che, dotate di buona versatilità o mobilità linguistica, passano dal vernacolo parlato in casa, o con gli amici, o comunque come lingua familiare, all’italiano, quelli, cioè, che di prima mattina usano il dialetto e appena fuori, sul posto di lavoro, l’italiano, che alternano col dialetto, a seconda delle situazioni. (Gian Luigi Beccaria). Non penso, dunque, a una brutale sostituzione di un codice all’altro, ma a una coesistenza, a un’alternanza. L’uso del dialetto cala, è un mondo che gradualmente si affievolisce, ma non diamolo per morto anzi tempo. Certo, la causa forse principale della minore vitalità dell’idioma locale, è da individuarsi nel mancato o scarso ricambio generazionale: non vorrei dover costatare di appartenere a una delle ultime generazioni che usano con spontanea disinvoltura le parole e i detti antichi, sentiti dalla bocca dei nonni e dei padri, raccolti per le strade della nostra piccola città, sentiti al mercato, come Carlo Porta andava a imparare il milanese alla scuola del Verzée. Ma in questi luoghi il dialetto si sente ancora, magari con forte italianizzazione, e tuttavia vivo. I giovani preferiscono l’inserimento nel loro parlare di termini anglo-americani. Si tratta, se si vuole, di una legittima apertura alla dimensione globale, da cui non si può credere di prescindere, né si deve dimenticare la mancata gradualità dell’evoluzione socio-lavorativa di questa nostra terra d’acque, con la nuova fisionomia del lavoro e la recente grande crisi economica. Il dialetto è, per etimologia dal greco dialego, la lingua del dialogo: finché si dialogherà anche in dialetto, esso vivrà. Una buona speranza di persistenza dell’idioma locale mi sembra provenire anche dal ricco fiorire di poesia dialettale, spesso di notevole livello artistico: molti testi vernacolari si presentano come un soprassalto vivace di immagini percorse da una vena di umorismo (o di nostalgia). Un’ultima notazione: proprio perché viviamo in una dimensione dispersivamente globale, appare opportuno mantenere il linguaggio della tradizione locale, per salvare il suo denso spessore espressivo, per conservare la memoria di ciò che la Lomellina è stata, per individuare direzioni verso cui essa deve andare.

Il dialetto è la lingua della memoria, dei giochi infantili, della saggezza dei proverbi, dei “colori perduti”: ma il tempo perduto si può proustianamente ritrovare. Un qualsiasi sapore o odore lomellino può essere la nostra madeleine.

La koinè lomellina è tale perché, nonostante le moltissime varianti da paese a paese, è caratterizzata da una reciproca intelligibilità. La parlata in questione è classificata come dialetto gallo-romanzo occidentale e costituisce una sorta di palinsesto stratificato dai vari apporti dei popoli che abitarono questa zona. Dei primi abitanti di cui si ha notizia, i Liguri o Laevi, non ci sono tracce. Invece, gli apporti celtici sono abbastanza numerosi e persistenti, tanto che esistono ancora vocaboli nella nostra parlata derivati dal gruppo celtico-gallico. Tra i vari esempi si possono ricordare: renta (vicino), ciapà (prendere), cavagna (cesta), bricch (altura, dirupo), forest, (selvatico). La stessa etimologia di Mortara,( al di là delle leggende su mortis ara) è riconducibile a una radice celtica che significa palude, zona d’acqua. Il celtico costituisce un substrato dell’idioma lomellino, ma la percentuale più alta in assoluto della struttura linguistica è data dal latino, soprattutto dal latino volgare, popolare ( sermo familiaris). Si ricordino ad esempio sbris, dal tardo latino sbrisare (brisa= briciola); rütà (da rutare latino tardo per ruere= rovinare); viscà, dal lat. vestigare, cioè frugare nella brace per riaccendere il fuoco; smorbi, dal lat.morbidus, nel senso di malaticcio, delicato; skrusià da excruciare, nel senso di torturare; sgagnà, da ganeare, che significa darsi ai bagordi. Ma gli esempi qui sono infiniti, perché il latino parlato e/o il tardo latino costituiscono il corpus dell’idioma lomellino. Chi pensa che incoeu (oggi) deriva dal latino hinc hodie ? Con la caduta dell’Impero romano d’Occidente e l’arrivo dei barbari, l’idioma lomellino si arricchì, come gli altri dialetti lombardi, di vocaboli derivati dalla lingua gotica e longobarda, che ne costituiscono il superstrato. Oltre che parecchia toponomastica, le lingue germaniche lasciarono vari lessemi giunti fino a noi: si tratta soprattutto di vocaboli afferenti gli oggetti di uso domestico e/o le armi. I loro lasciti non coinvolsero la struttura grammaticale, ormai saldamente legata a quella latina, con cui le parlate orali non potevano né tentavano di competere. Qualche esempio di lessemi lasciati dai cosiddetti barbari: dal longobardo derivano bicer, scusà (grembiule), stracch. Gotico invece è biutt (nudo) da blauths. Ma la storia della formazione del dialetto lomellino non finisce qui: la lingua, ogni lingua, è un organismo in movimento, in divenire, disponibile a un reciproco rapporto di dare e avere: dunque l’idioma della nostra zona ricevette nel tempo termini dall’arabo, dall’ebraico, dal provenzale nel Medioevo e, più tardi, nei secoli della dominazione spagnola e poi dell’influenza culturale e politica francese, accolse lessemi derivanti dalle lingue di quei paesi. Non mancano presenze linguistiche tedesche dovute alla dominazione austriaca. Il dialetto lomellino, in conclusione, vanta una continuità attraverso i secoli in cui si sono stratificati in modo coerente e compatto apporti linguistici di varie provenienze. Studiare la lingua locale è come studiare le vicende storiche della zona lomellina, senza indulgere a chiusure territoriali o a enfatiche esaltazioni fine a sé stesse, quando non a un uso ideologico degli idiomi linguistici. Il dialetto va recuperato e conservato nello spirito della Convenzione dell’Unesco per la Salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, che comprende le tradizioni ed espressioni orali, il linguaggio, i saperi e le pratiche legate alle culture locali.

I nomi sono legati alle cose, in fondo ciò che veramente abbiamo è la parola. Inevitabile dunque la perdita (o meglio l’oblio) di tutta una serie di vocaboli che indicavano, nella Lomellina di un tempo neppure troppo lontano, arnesi per i lavori agricoli, utensili domestici, momenti delle stagioni legati alle fasi dell’attività dei campi, della vita delle cascine, con i suoi ruoli e le sue operazioni. La Lomellina, così come ce la ricordiamo, aveva una fisionomia fortemente agricola, che non si è perduta, ma è stata profondamente modificata, come l’economia ha richiesto con l’evolversi delle sue leggi.
Parole perdute dunque? Certo, molti vocaboli non hanno più corso, non esistendo più il referente materiale, ma per fortuna negli ultimi anni sono stati pubblicati numerosi vocabolari di dialetti lomellini e glossari di termini specifici dei vecchi mestieri. La scrittura fissa nella carta e consegna a chi voglia studiare o anche solo recuperare, nella tastiera memoriale della vita di una zona molto mutata ma non completamente alterata, l’immagine e la rappresentazione di un passato che appartiene a tutti noi».

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3 pensieri su “Il dialetto lomellino resisterà negli anni

  1. Ciao, conosco il dialetto della Lomellina in quanto i miei genitori sono rispettivamente originari di Zeme e Sartirana, e ho passato tante estati a Zeme Lomellina dai miei nonni in mezzo alle risaie…ho dei ricordi bellissimi!

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