Intervista di Paola Badi

Umberto, a che età sei stato catturato dalla passione per la scrittura? E da quanti anni professi l’attività giornalistica?

 «Subito dopo la laurea, quindi circa vent’anni fa. Non avevo mai “scritto” prima, ma sentivo che in qualche modo quello sarebbe stato il mio destino. Alla fine del 1995 inviai il curriculum a un settimanale locale e così iniziai a scrivere della terra di Lomellina».

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Il brigante e la mondina. Lomellina 1902

La copertina del noir Fratelli Frilli
La copertina del noir Fratelli Frilli

Questo è il mio primo parto “letterario”, dopo alcuni libri di storia locale. La “colpa” è di Riccardo Sedini, presidente dell’associazione Giallomania, che mi ha spinto a presentare un manoscritto alla Fratelli Frilli Editori.
Lomellina, maggio 1902. Pietro Gusmani, fittabile della cascina Confaloniera di Ferrera Erbognone, viene ucciso pochi secondi dopo aver accolto le mondine dell’Oltrepò Pavese. L’omicida, una donna dalla folta chioma mora, riesce a fuggire al di là del torrente Agogna facendo perdere le sue tracce. Le indagini sono condotte dal brigadiere Angelo Pesenti, che allo stesso tempo dà anche la caccia al brigante monferrino Francesco De Michelis, detto il Biundén.
Intanto, le campagne s’infiammano. I sindacalisti della Federazione proletaria lomellina, capitanati da Pietro Corti, affrontano i padroni. Le mondine, locali e forestiere, sono guidate dalla pasionaria Gina Provera.
Proprio mentre la stagione della monda del riso giunge al termine, il brigadiere risolverà il caso dell’omicidio del fittabile.

La contessa nera. Lomellina 1921

La contessa nera. Lomellina 1921 è il mio secondo noir per Fratelli Frilli Editori.

Giulia Mattavelli è l’eroina nera della Lomellina, terra di risaie, di braccianti e di agrari. Nel 1921 la spietata e intrigante seduttrice di ras fascisti guida le squadre d’azione al fianco del suo convivente, il conte Cesare Carminati di Brambilla. Le basi si trovano nel castello e nella cascina Cerino di Semiana.

Il 22 luglio un giovane squadrista, Ettore Casiraghi, è assassinato fra le mura del castello. Il maresciallo dei carabinieri di Mede, Angelo Pesenti, avvia le indagini in un clima avvelenato dalle violenze squadriste. Lo affianca il brigadiere Carlo Massobrio.

Nella vicenda, che tocca anche le cittadine di Mortara e di Mede, si stagliano le figure del ras fascista Cesare Forni, del giornalista Carlo Cordara e del sindacalista Paolo Moro. Senza dimenticare Benito Mussolini.

Fatti d’arme e condottieri in Lomellina

La copertina del volume finanziato dall'Ecomuseo
La copertina del volume finanziato dall’Ecomuseo

Non ritrovava più la copia di Soltanto un giornalista, l’autobiografia di Indro Montanelli uscita nel 2003. Forse era rimasta in un’anonima camera d’albergo, forse era infilata in qualche oscuro anfratto delle librerie sparse per la casa. Fatto sta che Marco Aurelio Cerri non ci aveva pensato due volte. Aveva spento il computer per salire sulla Bianchi nera del 1948, dalle gomme sempre sgonfie, e dirigersi alla biblioteca civica del paese natio. Il suo bersaglio era un libro che rileggeva sempre volentieri, un po’ come si fa con gli avvincenti romanzi d’avventura scoperti nell’adolescenza.

Una sorridente bibliotecaria lo aveva orientato verso il settore delle biografie. Una volta entrato nella grande stanza a vetrate, il professore di latino e greco si era imbattuto in un gruppetto di studenti che parlavano fitto fitto. « Che cosa vi porta in questo luogo di perdizione, giovani e avide menti? E per di più in tempo di vacanze estive! » chiese con un affabile atteggiamento inquisitorio.

« Ben trovato, professore. Non sapevamo che fosse già in paese – gli rispose Camillo, il più vispo della combriccola. – Siamo venuti alla ricerca di qualche libro in grado di introdurci nella storia della nostra Lomellina. Se ne fa un gran parlare, ne leggiamo spesso sui quotidiani, ma nessuno, men che meno fra i banchi di scuola, si è mai soffermato sugli eventi accaduti nella nostra terra. Vorremmo colmare questa lacuna ».

Il docente liceale si fermò a riflettere qualche secondo fissando negli occhi quei tre studenti di cui aveva sempre ignorato l’esigenza di scavare fino alle radici dell’orgoglio territoriale. Cerri, lomellino da generazioni ed egli stesso nato nella mesopotamia fra Po, Ticino e Sesia, si era trasferito anni addietro a Pavia dopo che gli era stata assegnata la cattedra di latino e greco al liceo ginnasio “Ugo Foscolo”. Ma non aveva mai smesso di indulgere all’appetito dei canali irrigui che tagliavano a fette un quadrilatero reso piatto per consentire la coltivazione del riso, degli aironi ritornati dopo molti anni di assenza a sorvegliare le risaie, delle cascine che ancora oggi presidiano le campagne con fare maestoso. E quando il portone di ferro del liceo di via Defendente Sacchi si chiudeva per tre mesi, il professore innamorato della classicità, di Marco Tullio Cicerone e di Platone faceva ritorno nella casa paterna.

« Questa vostra necessità, vi sembrerà strano, fa proprio al caso mio – rispose invitandoli ad accomodarsi in un angolo della sala di lettura. – Da tempo nutrivo il desiderio di ripercorrere le vicende più significative della nostra Lomellina, che mi è sempre rimasta nel sangue malgrado la lontananza per motivi professionali. Ripercorrerle, però, nello spirito montanelliano, cioè da semplice divulgatore di storia, non da accademico. Nel 1974, nella prefazione a uno dei suoi volumi della Storia d’Italia, il giornalista metteva nero su bianco: “Io non mi sono messo a scrivere di Storia per ricostruire il passato, ma per cercare nel passato i perché del presente. Sono convinto che non saremmo ciò che siamo, se non fossimo stati ciò che fummo”. Vi potrebbe interessare questa impostazione? ».

I ragazzi annuirono lasciando che parlasse Ettore, sorta di portavoce del gruppo. « Direi proprio di sì – confermò convinto. – Al liceo, durante l’ora di Storia, abbiamo parlato delle “piccole patrie” e abbiamo capito che nell’identità di un territorio si trovano le radici del suo futuro. La globalizzazione pone certamente diverse sfide per le realtà consolidate, ma apre altrettante opportunità per quei territori che sapranno ridefinire le loro identità ».

« Ottimo ragionamento: qui su due piedi posso accennare al territorio come “comunità di destino” – disse il professore. – Secondo il sociologo Max Weber chi vive in un determinato territorio è accomunato ad altri dal poter accedere a certe possibilità di vita, in termini di opportunità di lavoro, di reddito, di consumo, di interazioni sociali. Naturalmente, specialmente nelle società moderne, è possibile muoversi da un territorio all’altro e spesso lo si fa, per scelta o per costrizione. Ma cambiare costa, sia per i singoli sia per le imprese. Converrete con me, però, che dovremmo sederci attorno a un tavolo per approfondire discorsi di tale serietà ».

« Certo, ma a noi interessano molto: a scuola, per una serie di motivi che lei conosce meglio di noi, non c’è mai tempo di analizzare temi come il patrimonio di risorse immateriali e materiali, con i suoi valori culturali e le sue norme, le conoscenze e il saper fare – replicò Ettore. – Magari se lei avesse qualche ora da dedicarci durante queste vacanze estive, potremmo sviscerare contenuti che vedono al centro la Lomellina come soggetto collettivo ».

« Molto bene: potete venire a casa mia ogni giorno, verso metà pomeriggio; vi terrò qualche “lezione”, cui non seguiranno, statene certi, interrogazioni o verifiche – acconsentì Cerri. – Ripasseremo le battaglie combattute sul nostro suolo e, al contempo, lo sviluppo di un territorio omogeneo, ferace e ubertoso, ma purtroppo ambita preda di più di un esercito invasore. Fino alle gloriose giornate risorgimentali, quando si combatté in Lomellina, a Palestro, la prima, decisiva battaglia verso l’indipendenza dallo straniero ».

In un lampo gli si abbozzò nella mente lo schema delle lezioni estive, che avrebbe presumibilmente tenuto sotto la veranda, separata dal giardino prospiciente da un’opportuna zanzariera. In effetti, da mesi il professore anelava a mettere in fila tutti gli eventi bellici che ebbero come teatro il territorio ondulato e quasi collinoso che fu, fino al xviii secolo, la Lomellina. E anche le figure di rilievo che decisero le sorti non solo d’Italia, ma d’Europa. Cerri salutò i ragazzi, suggerendo loro il sempre valido Il nome della rosa di Umberto Eco, e registrò il libro preso a prestito. Poi, prima di rientrare a casa, fece un giro in bicicletta. E i suoi pensieri iniziarono a disperdersi nell’aria: “Sarei curioso di sapere, magari tramite un sondaggio, quanti miei conterranei sanno che in questa plaga incrociarono le armi condottieri immortali come Annibale e Scipione, il futuro Africano, consoli di Roma come Caio Mario, imperatori come il franco Carlo Magno o lo svevo Federico Barbarossa, Desiderio, ultimo re longobardo, e sovrani di Sardegna come Carlo Alberto e Vittorio Emanuele ii, primo re d’Italia. Chi non sarebbe orgoglioso di essere un conterraneo di regine come Teodolinda, di duchi come Ludovico Sforza detto il Moro, che chiamò a operare in Lomellina un genio come Leonardo da Vinci, e di eroi risorgimentali come i fratelli Cairoli? E non dimentichiamo l’audace intervento degli abitanti di Cairo, Pieve del Cairo e Cambiò, che liberarono il cardinal Giovanni de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico e futuro papa Leone x”.

Una volta aperto il cancelletto di casa, il professore si ricordò di aver riprodotto uno scritto di Camillo Benso, conte di Cavour, che fu presente a Mortara per il Comizio agrario del 1846. Il futuro artefice dell’Unità italiana visitò spesso la Lomellina: nell’autunno 1844, per esempio, percorse le nostre campagne in compagnia di Cesare Alfieri e poi relazionò “sull’abilità degli agricoltori della Lomellina” in una lettera all’agronomo francese Naville de Chateauvieux, autore di vari opuscoli sull’irrigazione. Cerri rilesse con trasporto il passaggio cavouriano con cui avrebbe aperto le sue lezioni agostane sotto la veranda: « Sono stato colpito dalla ricchezza delle colture e dall’abilità degli agricoltori della Lomellina. Questa regione, che è compresa tra il Po, il Ticino e la Sesia, è un vero giardino. Essa non ha niente da invidiare alla Lombardia per le marcite, le praterie e i gelsi. Quello che è più stupefacente è che quel paese ha raggiunto tale grado di fertilità in meno di cinquant’anni: alla fine dello scorso secolo, meno qualche eccezione, non era che una landa e una palude ».

La quarta Sagra della Lomellina a Robbio

I conti di Mortara
I conti di Mortara

La quarta Sagra della Lomellina ha ricevuto il patrocinio della Regione Lombardia e della Provincia di Pavia. L’edizione che si terrà a Robbio da venerdì 5 a domenica 7 giugno ha fatto il salto di qualità.
«Abbiamo scelto di potenziare le iniziative – riassume Giovanni Fassina, presidente dell’Ecomuseo del paesaggio lomellino, associazione che organizza la Sagra – per attirare un pubblico extraregionale e far conoscere i prodotti tipici, le realtà folcloristiche e i gruppi musicali e dialettali della Lomellina: sono sicuro che il progetto di presentare il nostro territorio in modo unitario coglierà ancora una volta nel segno».
La novità dell’edizione 2015 sarà il talk show condotto dal giornalista enogastronomico Paolo Massobrio (creatore del marchio Golosaria), cui parteciperanno i rappresentanti delle istituzioni locali e territoriali, le associazioni di produttori, l’Ente nazionale risi e gli industriali risieri.
I piatti saranno sfornati da dieci realtà: Comitato Palio dl’Urmón di Robbio, Comitato folkloristico Tuttinsieme e Pro loco di Ceretto, Confraternita del Pursè nègar di Garlasco, Gruppo Carnevale di Sartirana, Gruppo sportivo Valle, Polisportiva Bremese, Pro loco di Cergnago, Cilavegna e Dorno, e Volontari Banco di beneficenza di Castello d’Agogna.
«Nei loro piatti – spiega Fassina – è racchiuso un antico patrimonio non solo culinario, che noi vogliamo esaltare e tramandare: la nostra sagra farà da traino per quelle dei singoli paesi. Il nostro obiettivo è riassumerle tutte in una volta in modo da favorire gli avventori dei territori limitrofi».

Manzoni e la spia austriaca

La copertina del noir storico
La copertina del noir storico

E’ il mio ultimo romanzo per Fratelli Frilli Editori. Si può catalogare come un “giallo storico” o, per gli amanti dell’inglese, una spy story.
Nell’estate del 1858 il conte di Cavour incontra l’imperatore Napoleone III per convincerlo ad affiancare il Regno di Sardegna nella guerra contro l’Impero austriaco. L’operazione va in porto e il conte mette in allerta il marchese Arconati Visconti, a capo del “circolo di Cassolo”, luogo di ritrovo per patrioti, cospiratori e intellettuali del calibro di Alessandro Manzoni.
Proprio il padre dei Promessi sposi giunge in Lomellina, ospite del marchese. Nel palazzo di Cassolo arriva anche il colonnello Enrico Strada, confidente del ministro della Guerra, Ferrero della Marmora.
E in quei giorni d’estate, una spia inviata dal governatore del Lombardo-Veneto, terra al di là del Ticino soggetta all’Impero austriaco, s’insinua nel “circolo di Cassolo” scompaginando le carte dei patrioti lomellini.
Attraverso una Mortara occupata nella primavera successiva dalle truppe del feldmaresciallo Gyulai, si arriverà al colpo di scena finale sulle sponde della Sesia.

Manzoni e la spia austriaca, intervista di Paola Badi

Nell’estate del 1858 il conte di Cavour incontra l’imperatore Napoleone III per convincerlo ad affiancare il Regno di Sardegna nella guerra contro l’Impero austriaco. L’operazione va in porto e il conte mette in allerta il marchese Arconati Visconti, a capo del “circolo di Cassolo”, luogo di ritrovo per patrioti, cospiratori e intellettuali del calibro di Alessandro Manzoni. Proprio il padre dei Promessi sposi giunge in Lomellina, ospite del marchese. Nel palazzo di Cassolo arriva anche il colonnello Enrico Strada, confidente del ministro della Guerra, Ferrero della Marmora. E in quei giorni d’estate, una spia inviata dal governatore del Lombardo-Veneto, terra al di là del Ticino soggetta all’Impero austriaco, s’insinua nel “circolo di Cassolo” scompaginando le carte dei patrioti lomellini. Attraverso una Mortara occupata nella primavera successiva dalle truppe del feldmaresciallo Gyulai, si arriverà al colpo di scena finale sulle sponde della Sesia.

Manzoni e la spia austriaca è la tua terza opera storica: come nasce?

«Dalla volontà di rivalutare un fatto storico misconosciuto dai miei conterranei: la presenza di Alessandro Manzoni a Cassolnovo, ultimo paese lomellino prima di Novara, negli anni Cinquanta dell’Ottocento». 

Hai iniziato il periodo storico con il 1902, poi sei passato al 1921. Perché questa scelta di tornare indietro negli anni (in questo romanzo siamo nel 1859) invece di continuare la scia del 1900?

«Per i miei romanzi non ho pianificato a tavolino di seguire una linea cronologica. Scelgo personaggi e argomenti di volta in volta, attingendo al mio patrimonio librario e ai documenti raccolti negli anni. Può darsi che nel prossimo romanzo si torni al Novecento. Oppure si scenda al Settecento…».

Partiamo dal titolo: Manzoni e la spia austriaca. Il Manzoni, Don Lisànder, non è il personaggio principale della storia. È stata forse un’operazione di marketing?

«Manzoni non è il protagonista, ma possiamo definirlo un co-protagonista, anche dall’alto del suo nome e dell’incontestabile ruolo rivestito nella cultura italiana di tutti i tempi. In questo senso è stata un’operazione di marketing: attirare il lettore non lomellino per fargli sapere, già dal titolo, che anche la nostra terra può vantare fatti e personaggi di rilievo nazionale».

Che tipo di difficoltà hai riscontrato nell’ambientare una spy-story nel 1859?

«Nessuna in particolare. Anzi, rispetto ai due noir precedenti, ho scritto in modo più scorrevole. Questo perché l’aver ambientato la caccia all’uomo in un periodo movimentato come il biennio 1858-59 ha favorito la costruzione di una storia d’azione come questa».

 Si può considerare un feuilleton questa spy-story?

«Credo di sì, se con fogliettone s’intende un romanzo popolare a tinte forti, il cosiddetto romanzo d’appendice. Non a caso siamo nell’Ottocento, dove questo genere ha riscosso il massimo successo fra i lettori».

 Quanti sono i personaggi realmente esistiti e quanti di fantasia?

«A parte i vari Vittorio Emanuele II, Cavour e Gyulai, direi Manzoni e il colonnello Strada, ufficiale dell’esercito sabaudo che combatté nelle tre guerre d’Indipendenza. Era un nobiluomo lomellino, nato a Ferrera Erbognone nel 1820. Il principale personaggio di fantasia è Sacchi, la spia del titolo, modellato su un ufficiale lombardo fedele all’imperatore Francesco Giuseppe». 

Durante la stesura come ti sei documentato, da dove hai preso le notizie necessarie per scriverlo?

«Possiedo numerosi documenti e volumi relativi alla storia della Lomellina. Ho attinto anche a diverse ricerche d’archivio effettuate per la stesura di libri di storia locale. Ricostruire lo sfondo della storia di spionaggio non mi è stato difficile».

 I luoghi dove si svolgono i fatti sono essenzialmente tre: Cassolnovo, Mortara, il fiume Sesia, a parte l’iniziale puntata a Plombiéres. Anche in questo caso parli solo di fatti e luoghi conosciuti?

«Certo. Mi muovo più agilmente fra luoghi e paesaggi noti. D’altronde, mi piace definire il mio un romanzo “quasi storico”. Ai personaggi realmente vissuti affianco personaggi di fantasia, ma tutti agiscono su un palcoscenico reale. Reale è il palazzo Arconati Visconti di Cassolnovo, reale è la Mortara invasa dagli austriaci, reale è la Sesia attorniata dai pioppeti».

Rispetto ai precedenti romanzi, nella lettura abbiamo notato un cambio di stile: emerge uno stile più narrativo e meno saggistico/giornalistico. È stato un mutamento naturale?

«In parte sì. Come spiegavo sopra, la trama mi ha portato a utilizzare uno stile più sciolto, meno “ingessato”. Nei primi due era preponderante il retroscena storico, mentre qui l’azione e il clima bellico hanno favorito quasi naturalmente il passaggio a una scrittura più fluida. E poi mi piace pensare a questo come a un “western risorgimentale”. Qui non ci sono i canyon rocciosi o le vaste praterie, ma risaie e i pioppeti: l’effetto, però, è molto simile».

 Ultima domanda prima di salutarci: progetti futuri? In che anno ci porterai?

«Come sa molto bene Riccardo Sedini, che io definisco il mio “agente letterario”, adesso è tempo di promuovere don Lisànder. Le nuove idee mi vengono solitamente in autunno…».

 Grazie della tua disponibilità e cortesia: ci vediamo al prossimo libro.

Paola Badi

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