Lingua nazionale: le ragioni del fiorentino

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«Desidererei sapere se al momento di basare la lingua italiana su un dialetto italiano fu in ballottaggio oltreché il fiorentino anche la lingua veneta».

È pacifico che ogni dialetto avrebbe potuto, in linea generale e teorica, assurgere in Italia alla funzione e alla dignità di lingua nazionale, ossia essere adottato come lingua ufficiale da tutti i parlanti quale che fosse la loro parlata originaria.
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Salviamo il latino, la lingua più parlata del mondo

di Salvatore Settis La lingua più parlata del mondo? È il latino. Non quel che resta del latino ecclesiastico, né quello dei pochi filologi classici ancora in grado di scriverlo, né dei certami ciceroniani, stranamente popolari. Ma il latino che parliamo ogni giorno, con le sue trasformazioni storiche: quello delle lingue neolatine, o romanze. Lo spagnolo come lingua materna è da solo, con 500 milioni di parlanti, secondo al mondo soltanto al cinese. Se vi aggiungiamo il portoghese (230 milioni), il francese (100), l’italiano (65) e il romeno (35), si arriva a 930 milioni di “parlanti latino”. Senza contare le … Continua a leggere Salviamo il latino, la lingua più parlata del mondo

La grande bellezza dell’italiano

Il professor Giuseppe Patota è docente di Linguistica italiana al’Università di Siena (sede di Arezzo); autore di oltre cento pubblicazioni, tutti libri sull’uso della nostra lingua. Inoltre, è consulente linguistico di Rai Scuola per la realizzazione di programmi finalizzati all’insegnamento dell’italiano a stranieri, accademico della Crusca, presidente della giuria delle Olimpiadi di italiano organizzate dal Miur e direttore delle collane “Grammatiche e lessici” e “Le varietà dell’italiano”. Il suo ultimo libro raccoglie tre saggi sui padri fondatori e paradigmi della nostra lingua, Dante, Petrarca e Boccaccio, e l’autore ci fa capire che la prima grande bellezza dell’Italia è certamente la sua lingua. … Continua a leggere La grande bellezza dell’italiano

L’italiano non è una lingua da museo

Cultura sì, ma anche veicolo di affari

di Paolo Di Stefano

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Nicolò Machiavelli

Dante, Petrarca, Machiavelli, Galileo… C’è una lingua più bella dell’italiano? Domanda complicata e probabilmente inutile: le lingue non sono né belle né brutte. Ma lasciando perdere i confronti, certo è che l’italiano può vantare punte eccelse di stile, di dolcezza, di eleganza, di armonia. Non per nulla Thomas Mann lo definì «idioma celeste», ovvero «la lingua degli angeli». Associare l’italiano alla Bellezza per antonomasia, sia pure con l’aiuto di numerosi stereotipi, è stato un esercizio praticato per secoli: le cosiddette Tre Corone furono per molto tempo un modello linguistico insuperato in Europa. E oggi l’italiano resta per molti una lingua di cultura, di arte, di turismo, di emigrazione, senza dimenticare che gli ultimi tre papi, stranieri, non hanno mai smesso di utilizzare la nostra lingua come lingua ufficiale con cui parlare al mondo cattolico, una sorta di «inglese dei preti». La lingua italiana è una risorsa per il Paese, anche economica, oltre che culturale e identitaria. E come ogni risorsa, per essere conservata, anche la lingua ha bisogno di cure, di attenzione. Continua a leggere “L’italiano non è una lingua da museo”

La classicità rovinata dai filologi classici

Apre la mente? Non è detto. È un ottimo esercizio per la logica? La matematica lo è di più. Il latino, suo malgrado, gode da tempo di cattiva fama. E la colpa non è sua, spiega il professor Ivano Dionigi, fino al 2015 rettore dell’Università di Bologna e insigne latinista. «La colpa è dei suoi difensori, che non sono in grado di difenderlo».L’inadeguatezza è «dei classicisti: si chiudono a riccio nelle grammatiche», dimenticando ciò che diceva già Friederich Nietzsche, cioè «che la classicità va in rovina per opera dei filologi classici». E il latino, invece, merita di più. Anche perché ha un valore d’uso reale. Ed è portatore di un senso profondo, anche nei tempi anglicizzati di oggi, che lo rende non moderno. E proprio per questo prezioso.

Eppure sono in tanti a ribadirlo: lo studio del latino sarebbe superfluo.
Ci sono molti pregiudizi contro il latino. E da lì nasce la volontà di rimozione. Uno è di carattere ideologico. Nasce dal fatto che anche il latino, da fenomeno culturale, è stato un fenomeno “politico”. Mussolini, che sulla mitologia romana fondava la retorica del fascismo, disse che «La lingua di Roma è la lingua del nostro tempo», perché «è la lingua di un popolo di contadini, di guerrieri e di conquistatori». Lui si immaginava che gli italiani dell’epoca dovessero essere così. E poi fu la materia fondamentale nel disegno di riforma della scuola fatto da Gentile. Era insegnata nei classici, scuola della borghesia, e divenne segno distintivo della borghesia

Fu proprio così.
Certo. Eppure, quando negli anni Sessanta si discusse sull’abolizione dell’insegnamento del latino alle medie, a difenderlo ci furono anche alcuni comunisti: Palmiro Togliatti, Concetto Marchesi e Paolo Bufalini, per fare dei nomi. Anche se sapevano che lo scontro tra servatores e novatores sarebbe stato perso. E andò in quel modo.

Questo per quanto riguarda il pregiudizio “politico”. E gli altri pregiudizi?
Dicono che non è utile, che non serve. Ma solo se si applica una logica utilitaristica, di utilizzo immediato.

E invece serve?
Serve eccome. Il latino è una causa giusta, ma con avvocati sbagliati. Chi dice che “sviluppa la logica” sbaglia, la matematica lo fa di più. Non è il latino che è inadeguato a questi tempi, sono i classicisti. Lo diceva anche Nietzsche: “La classicità va in rovina per opera dei filologi classici”. Non è utile nemmeno chiamare in causa in difesa del latino quelli che, per me, sono fossili.

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