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Paolo Carrà

L’Unione Europea appare «miope e distante dalla realtà della risicoltura». Se non ci sarà un’inversione di tendenza, l’Italia perderà il primato della risicoltura continentale. E in questo caso Italia significa Lomellina e Pavese, prime zone risicole d’Europa con 80mila ettari davanti a Vercelli (69.700 ettari).
Paolo Carrà non usa mezzi termini nella sua prima uscita dopo la nomina a presidente dell’Ente nazionale risi, decisa dal ministro Maurizio Martina. Nel prossimo quadriennio l’agronomo, esponente di Confagricoltura Vercelli, lavorerà a fianco di Riccardo Preve (Riso Gallo di Robbio), Gianmaria Melotti, Silvano Saviolo e Maria Grazia Tagliabue.

Carrà, da molti mesi le importazioni dal Sudest asiatico sono in forte aumento: che cosa rischia la risicoltura italiana?

«Stiamo parlando di più del 23% di importazioni dai Paesi meno avanzati nella campagna 2014-2015 rispetto alla precedente, di 80mila tonnellate a dazio zero dal Vietnam, dei negoziati con Thailandia e India alle porte. Non dimentichiamoci poi il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Ttip) con gli Stati Uniti, che prevede altre concessioni per il riso. Questo è il contesto che sta vivendo la risicoltura italiana. Di questo passo perderemo la leadership europea con ripercussioni sull’intero sistema risicolo nazionale».

Che cosa non avrebbe fatto e che cosa potrebbe fare l’Unione europea a favore del settore riso?

«La Commissione Europea è da tempo distante dalla realtà e miope alle evidenze. Lo conferma anche Mauro Petriccione, capo negoziatore della Ue nella trattativa con il Vietnam, le cui dichiarazioni si basano su elementi statistici errati. Sarebbe però sbagliato addossare la colpa ai funzionari comunitari. Quello che serve è una forte azione di alto livello politico a Bruxelles, cercando alleanze con gli altri Stati membri. Serve un maggior controllo su quanto viene importato, serve una vera indagine sulle presunte triangolazioni, come emerso dalla stampa cambogiana, serve porre limiti maggiori a quanto importato. A difesa dell’Unione Europea, il nuovo progetto di promozione dei prodotti agricoli va nella giusta direzione».

Il riso è stato protagonista a Expo in “Cibus è Italia”: quali i vantaggi della partecipazione di Ente risi?

«Voglio precisare che il riso italiano è stato protagonista a Expo 2015 esclusivamente a “Cibus è Italia” grazie all’Ente nazionale risi. Abbiamo dovuto superare notevoli ostacoli, ma siamo soddisfatti della nostra partecipazione e di come l’abbiamo progettata: incontri con compratori stranieri, eventi di divulgazione a circa 850 giornalisti, visite al Centro ricerche sul riso di Castello d’Agogna da parte di alcune delegazioni internazionali e al nostro stand da parte dei visitatori, soprattutto da quando Expo 2015, dopo le ripetute lamentele, ha modificato le decisioni in merito agli accessi al sito espositivo. Dalla nostra partecipazione abbiamo dedotto che esiste un grande interesse per il riso italiano e per i territori. Su questo dobbiamo continuare a scommettere con quel gioco di squadra che abbiamo cominciato nel maggio scorso. Ringrazio le Camere di Commercio, le Province e le 51 aziende trasformatrici che ci hanno seguito in questa avventura».

Crescono gli strumenti tecnologici di supporto all’attività agricola: è questo il futuro della risicoltura?

«Il futuro dell’agricoltura in generale e della risicoltura in particolare è procedere verso l’innovazione e la modernità. La strada segnata è quella della sostenibilità, parola che non deve diventare di moda, ma indicare un processo produttivo che si fonda sulla programmazione di processi tecnologici, frutto di una ricerca scientifica a tutela di un patrimonio unico che dobbiamo preservare per il futuro. Va in questa direzione la ricerca applicata che l’Ente nazionale risi sta seguendo circa i consumi idrici, le pratiche di sovescio, l’agricoltura di precisione e il contenimento dell’assorbimento di cadmio e arsenico».

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