Cordara, un giornalista sempre all’attacco

«Era il decano dei giornalisti della provincia di Pavia, impegnato nell’attiva milizia del giornalismo da una settantina d’anni. Ha vissuto da protagonista, ma da uomo completo com’era, tutti i più importanti avvenimenti storici di quest’epoca». Così nel 1972 il giornalista mortarese Giancarlo Torti scriveva della scomparsa di Carlo Cordara, morto a Mede all’età di 94 anni dopo aver mandato in edicola migliaia di fatti lomellini, a cominciare dall’avvento del fascismo del ras Cesare Forni, che sostenne fra il 1921 e il 1922 ma da cui si distaccò in modo rocambolesco.

Carlo Cordara
(riproduzione di Alex Morandi)

La figura del giornalista medese, direttore di numerose testate dal taglio sia polemico sia umoristico, è stata ripercorsa dal medese Pierangelo Boccalari nella pubblicazione “La dimensione di Carlo Cordara”. «Di questo arguto cronista lomellino – riassume Boccalari – nessuno, tranne gli eredi, si ricorda: io ho voluto scrivere sfruttando la documentazione offerta da alcuni familiari e la collaborazione di Mario Vinci». Nato nel 1877, Cordara si diplomò geometra all’istituto “Romagnosi” di Piacenza, ma la sua passione era la carta stampata, ambito che lo accompagnerà per tutta la vita. Nel 1959 scriverà ancora a Torti: «Forse lei non sa che io ho nel sangue la malattia giornalistica da quando avevo vent’anni, non sa che ho subìto processi e condanne per l’irresistibile impulso di scrivere sempre quel che mi sembrava giusto e onesto». Negli anni della Belle Epoque Cordara si trasferì a Pavia, dove diresse il quotidiano moderato e monarchico “La Patria”. Ma solo nel 1919 la sua vita, personale e professionale, cambiò radicalmente. A Mortara la Federazione proletaria lomellina e il Partito socialista comandavano su più fronti, contrastati da un gruppo di liberali e di conservatori: l’ex sindaco Bernardo Colli, il medico Francesco Pezza, l’industriale Pietro Guglielmone, il marchese Gaspare Corti, i fratelli Gregotti e Mario Casalone, esponenti di spicco dell’Agraria mortarese. Fu proprio Colli che chiamò Cordara in città per fargli fondare e dirigere il “Risveglio”. Il nuovo direttore si trasferì con la moglie e con i figli, che raggiungeranno il numero finale di sei, in una villa di corso Cavour. Il suo nemico giurato diventò il “Proletario”, settimanale della Federazione proletaria. Dopo le elezioni politiche del novembre 1919, in cui il Psi conquistò l’intera Lomellina, Cordara sul “Risveglio” indirizzò uno sferzante commento alla «borghesia pavida, ingorda, pigra e corrotta, che nulla ha saputo fare per contrastare il cammino dell’aberrazione bolscevica». Il suo settimanale, nel clima di feroce contrapposizione politica, raggiungerà la tiratura record di 5mila copie. Nel primo dopoguerra Cordara sostenne il nascente fascismo: l’8 maggio 1921 accolse in città Benito Mussolini, che, durante il celebre veglione al teatro Vittorio Emanuele, gli promise: «Se vado al potere, Mortara diventerà capoluogo di provincia. Garantito». Ma, una volta a Roma, il duce non mantenne la promessa perché la Lomellina era in mano a un fascista diventato dissidente, Cesare Forni: fu proprio questo ras che strappò “Il Risveglio” dalle mani di Cordara, che così ritornò a Mede con la famiglia.

Nel secondo dopoguerra Cordara fece il collaboratore del settimanale “Informatore Lomellino” e del quotidiano torinese “Gazzetta del Popolo”. La sua figlia secondogenita, Maria Luisa, fu una scrittrice nota come la “Liala della Lomellina”.

Il ricordo di Giampaolo Pansa

«Andai a trovare Cordara più volte nella sua casa di Mede. Era di statura media, robusto, stempiato, la voce profonda e un’aria da gran signore, anche se possedeva soltanto i ricordi nell’epoca della redazione del “Risveglio”». Giampaolo Pansa incontrò il giornalista medese nel 1968: i suoi appunti gli serviranno per scrivere due libri sulla nascita del fascismo, “Le notti dei fuochi” (2001) e “Eia eia alalà. Controstoria del fascismo” (2014). Lo scrittore di Casale Monferrato, di casa in Lomellina per via del suo matrimonio con Lillina Casalone, ricordò che Cordara aveva «il gusto per l’ironia e le immagini sarcastiche, disposto a praticare un giornalismo con la sciabola che oggi nessuno osa fare più». Cordara aveva diretto anche il settimanale anticlericale “Il Diavolo”: a Mede si parla ancora di quando interruppe una processione religiosa piombando in strada vestito da Belzebù. Poi ci fu “Il Buco”, ricordato da Giancarlo Torti come «insuperabile esempio di testata fustigatrice».

Pansa, in “Eia eia alalà”, lo definì «eccentrico e sorprendente: amava frequentare gli ambienti più diversi e suonava con abilità il pianoforte e il violino». Dalle conversazioni medesi Pansa ricavò «quaderni zeppi di notizie, pettegolezzi, retroscena, rievocazioni di vicende private e di eventi pubblici, ritratti di protagonisti e di comparse». Fra questi ultimi ci furono senz’altro Benito Mussolini e Giulia Mattavelli, la “contessa nera” di Semiana: la sera dell’8 maggio 1921, durante una pausa del veglione al teatro di Mortara, i due si appartarono nel vicino albergo Tre Re. A controllare il corridoio c’era Cesare Forni, futuro ras e poi dissidente del fascismo. Cordara non poté scriverlo sul “Risveglio”, ma lo confesserà quasi mezzo secolo dopo allo stesso Pansa: la sua fonte era stato Alberto, un cameriere dell’albergo.

Pubblicato da Umberto De Agostino

Giornalista (collaboratore del quotidiano La Provincia pavese) e autore per Fratelli Frilli Editori (Il brigante e la mondina, La contessa nera, Manzoni e la spia austriaca). Direttore dell'Ecomuseo del paesaggio lomellino e del Sistema bibliotecario della Lomellina.

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