Carlo Arrigone, l’ultimo “ciäcäré” lomellino

Olevano Carlo Arrigone
Da sinistra, Above, Arrigone e Mondin

La benemerenza “San Michelino d’oro” è stata assegnata all’81enne Carlo Arrigone, uno degli ultimi protagonisti della civiltà contadina più autentica. Il sindaco di Olevano di Lomellina, Luca Mondin, e l’assessore alla Cultura Luigi Above, al termine della recente festa patronale di San Michele Arcangelo, gli hanno consegnato la benemerenza e una pergamena tra la cittadinanza commossa con questa motivazione: «Memoria storica di Olevano e del territorio, di cui ha cantato la placida bellezza. Nelle sue pagine, diventate anche spettacolo teatrale, ha raccontato il quotidiano duro lavoro dei campi in poetico inno d’amore per la sua terra». 

Da più di vent’anni anni Arrigone, ciäcäré (piccolo proprietario terriero) per molti anni, tiene alto il nome di Olevano. Al Piccolo Teatro di Milano Arrigone, seduto su una sedia e affiancato dal coro delle mondine di Valle Lomellina, incantò 600 persone raccontando storie, proverbi e tradizioni della Lomellina.

Nel suo libro Le stagioni del contadino ha rievocato nel dettaglio e con termini tecnici ormai desueti tutte le fasi del lavoro manuale in campagna, prima dell’avvento dei trattori e delle mietitrebbie.

Le stagioni del contadino

libroPuò avere ancora senso, nel terzo millennio, parlare della vita e del lavoro dei contadini? Agli animatori del Museo di arte e tradizione contadina di Olevano di Lomellina pare di sì. La pregevole raccolta di attrezzi e strumenti di lavoro recuperati in questi anni testimonia la volontà di salvare e valorizzare un patrimonio che sta inevitabilmente perdendosi.

Ma, dietro agli oggetti, c’erano uomini: quelli che li hanno costruiti e quelli che li hanno usati, e c’erano gesti, usi, saperi, stili di vita, rapporto con i cicli naturali, legami con la tradizione.

Per ricostruire il contesto dell’agricoltura tradizionale bisogna interrogare chi ne ha fatto parte consapevolmente, e possiede, al contempo, il vivo ricordo della vita contadina locale, così come si svolgeva fino agli anni Cinquanta, cioè fino a quando si è conservato un mondo tradizionale, non definitivamente stravolto dalla modernizzazione e da tutti quei fattori che hanno reso omogenea culturalmente la Lomellina a tutto il resto d’Italia. E proprio a Olevano questo difficile compito è stato assunto in prima persona da Carlo Arrigone, uno degli animatori del museo.

Carlo, ora pensionato, ha svolto nella sua vita molti mestieri, ma è sempre rimasto legato alla terra che ancora coltiva. Egli sa ridarci, attraverso le sue pagine, uno spaccato non solo del lavoro in campagna ma anche di un mondo ormai perduto; nella piena dei ricordi, fa emergere altri aspetti della vita tradizionale: dalle ricette della cucina povera e dai rimedi con le erbe, ai giochi senza giocattoli, alle ricorrenze religiose; né poteva dimenticare i proverbi che ritmavano le scadenze lavorative, gli aneddoti, le filastrocche, in pratica quel patrimonio culturale tramandato di generazione in generazione, che serviva a perpetuare conoscenze e valori.

Tra l’altro Carlo (nato nel 1935) ha iniziato a lavorare in un’epoca di accelerata transizione: quella che, dal secondo dopoguerra alla fine degli anni Cinquanta, ha visto (nello spazio di neppure una generazione) il passaggio da un’agricoltura popolata di uomini a un’altra agìta dalle macchine. E forse proprio per questo Carlo è così ben avvertito dei cambiamenti, anche se nella testimonianza sono più evidenti i riferimenti alla progressiva meccanizzazione del lavoro agricolo che allo spopolamento delle campagne e alla sconfitta del movimento contadino.

Attraverso quello che ha appreso dalle generazioni precedenti Carlo ci offre un quadro del mondo tradizionale, quando le cascine erano ancora affollate e nei paesi esisteva una vita comunitaria e una coesione sociale, oggi forse perduto.

Affiora dal racconto di questo mondo l’orgoglio di mestiere (“un contadino era capace di fare duecento lavori“), la rivendicazione della validità del sapere contadino, e quindi la coscienza di quanto si è perso nel modernizzare forzatamente le campagne: oltre alla cultura materiale, si è perduto tutto un mondo di attrezzi (che il museo cerca di recuperare), un paesaggio (si pensi al degrado delle cascine), il rapporto con la terra, le acque, i cicli naturali, il rispetto della natura. Dalle sue parole non emerge mai alcuna tentazione nostalgica, anzi è con ammirazione che vengono presentate le varie tappe del progresso tecnologico; ciè che si condanna implicitamente è la distruzione di un mondo di conoscenze e di un patrimonio naturale ormai non più recuperabili, se non con la memoria.

Per organizzare e presentare il patrimonio di conoscenze che emergeva dalla testimonianza, ho suggerito a Carlo di ricorrere a uno schema tradizionale ampiamente sperimentato: quello del ciclo dei mesi.

http://www.olevanolomellina.it/Museo/

Carlo Arrigone, nato a Castello d’Agogna nel 1935, si è trasferito con la famiglia a Olevano di Lomellina nel 1949 per gestire un mulino. Da allora vive qui con la moglie Marisa e il figlio Alessandro.arrig

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